L'equilibrio tra razionalità e trasparenza

Come garantire la sicurezza energetica del Paese?

8 Settembre 2023

Il Secolo XIX

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Ambiente e Energia

Perché spostare il rigassificatore di Piombino a Vado? La domanda non è peregrina e merita attenzione e risposta, ma va affiancata a una questione speculare: perché no? 

La nave Golar Tundra, entrata in esercizio lo scorso luglio, è rapidamente diventata un pezzo importante dell’infrastruttura nazionale per l’importazione del gas. Il nostro paese dipende storicamente, e in misura crescente nel tempo, dalle forniture russe. Le intemperanze di Mosca, che già dal 2021 ha cominciato a lesinare i volumi destinati all’Europa, e poi l’invasione dell’Ucraina ci hanno costretti a dotarci di un piano alternativo. Questo piano segue diverse strade in parallelo, tra cui le più importanti sono l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. Eppure, non tutti gli usi finali – civili e industriali – possono essere elettrificati, per ragioni economiche o tecniche, o comunque ci vorrà tempo per farlo. 

La domanda nazionale di gas, nel 2022, è stata di circa 67,3 miliardi di metri cubi, in calo del 10 per cento rispetto all’anno precedente, grazie soprattutto alle temperature invernali miti. Nel primo semestre 2023 il calo è stato ancora più pronunciato (-16,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). E secondo il Pniec (il Piano nazionale integrato energia e clima) i consumi dovranno scendere ulteriormente a circa 50 miliardi di metri cubi nel 2030. Di gas, quindi, ce ne servirà ancora molto e per molto tempo, anche se meno che nel passato. 

Non solo: la nostra rete di trasporto è stata sviluppata in un contesto in cui gran parte del gas arrivava da nord via tubo, mentre i maggiori poli di consumo erano a loro volta nelle regioni settentrionali, più fredde e industrializzate. Quindi, non è sufficiente incrementare la capacità di importazione (per compensare i mancati apporti dalla Russia) e incrementare i rigassificatori (per diversificare gli approvvigionamenti). È importante che le nuove opere si collochino a nord e che, ove possibile, siano posizionate in luoghi con facile accesso alla rete di trasporto nazionale, per minimizzare i tempi e i costi per le opere civili. 

Furono queste riflessioni che portarono alla scelta di Piombino (e Ravenna). Ed è da qui che bisogna partire. È evidente che, in principio, la scelta migliore sarebbe quella di lasciare la nave dove si trova oggi. Tuttavia, ciò non sembra possibile per ragioni politiche e anche perché questi erano gli accordi presi nell’imminenza dell’opera, quando era necessario accelerarne l’installazione. 

Dovendola trasferire, Vado è una alternativa razionale: è vicina e ha caratteristiche, morfologiche e di struttura dei gasdotti, per cui l’accesso alla rete di trasporto nazionale richiede di percorrere un tratto di una trentina di chilometri (di cui circa quattro sottomarini). In sostanza, dal punto di vista della sicurezza energetica, disporre di due unità galleggianti addizionali – Piombino/Vado e, dal 2024, Ravenna – crea una condizione adeguata; in caso contrario, il paese rischierebbe di cascare nuovamente in una crisi come quella del 2022. 

Questo percorso va completato rapidamente, proprio perché la fase di massimo rischio è quella attuale: più passano gli anni, col riorientamento del sistema energetico nazionale verso le rinnovabili, meno tali problemi saranno pressanti. È per questo che avere due navi subito a nord è essenziale, mentre è più discutibile la proposta di aggiungere due ulteriori rigassificatori a sud (si parla di Gioia Tauro e Porto Empedocle), che con ogni probabilità potrebbero entrare in esercizio dove non ce n’è necessità (a sud) e quando non serviranno più (tra diversi anni). 

La questione di Vado, allora, va inquadrata in questi termini. Come ha sottolineato ieri il governatore Giovanni Toti, le forze politiche dovrebbero dimostrarsi responsabili, evitando di cavalcare paure immotivate e strumentali. Perché ciò si verifichi, è indispensabile che la regione e le aziende coinvolte facciano un percorso di assoluta trasparenza, prendendo sul serio le preoccupazioni della gente, in particolare sotto due profili. 

Uno, ovvio, è la sicurezza: l’esperienza pluridecennale coi rigassificatori suggerisce che si tratta di attività estremamente sicure e poco impattanti sull’ambiente, ma non si può pretendere che le persone lo accettino come articolo di fede. È imperativo fornire dati ed evidenze, anche al di là di quanto strettamente prescritto dal processo autorizzativo. L’altro grande tema riguarda il rapporto col turismo e le altre attività legate al mare. La Golar Tundra sarebbe ancorata a quattro chilometri dalla costa, dove potrebbe ricevere all’incirca un carico alla settimana. In occasione di ogni carico, al terminale si accosterebbe una nave metaniera, fino a un massimo di 36 ore, quindi con un traffico limitato. 

In Italia, oltre a Piombino/Vado, ci sono altri tre rigassificatori: la struttura fissa di Panigaglia, la piattaforma di Rovigo e il terminale galleggiante di Livorno (sostanzialmente analogo a quello di Vado). Non risulta che nessuna di queste abbia danneggiato il turismo nelle relative zone. Lo stesso vale per i 31 terminali esistenti e i 32 che dovranno aggiungersi da qui al 2030 in Europa. E vale anche per strutture assai più invasive e presenti da decenni in Adriatico, come le piattaforme per l’estrazione del gas: qualcuno potrebbe seriamente sostenere che esse, a malapena visibili a occhio nudo in linea d’orizzonte, hanno pregiudicato la vocazione turistica delle coste romagnole? 

La questione, insomma, va messa in termini razionali. È naturale la tentazione degli amministratori locali di schivare la responsabilità, e dei partiti di non scontentare le popolazioni. Ma è altrettanto importante trovare un terreno comune di confronto, per prendere decisioni consapevoli, senza perdere di vista l’urgenza di mettere in sicurezza il paese.

da Il Secolo XIX, 8 settembre 2023 

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