Riformare la Pa è privatizzare (e viceversa)

Non c'è ristrutturazione interna che possa funzionare come la concorrenza sul mercato

7 Luglio 2014

Il Sole 24 Ore

Franco Debenedetti

Presidente, Fondazione IBL

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Per riformare la Pa il governo Renzi ha introdotto una certa mobilità dei dipendenti e promosso un largo ricambio generazionale dal basso. Ha scelto cioè meccanismi che agiscono dall’interno: buoni per rompere dipendenze e incrostazioni, c’è da dubitare che siano adeguati a far prevalere le ragioni dell’efficienza su quelle della propria convenienza. L’efficienza si può definire solo con un riferimento esterno, alle convenienze degli altri, di quelli che stanno dall’altra parte dello sportello. Non c’è coscienza individuale, non accordo collettivo, non questionari scambiati con gli utenti che serva a fare quello che la concorrenza sul mercato fa automaticamente: scoprire quanto valgono beni e servizi. Per A. Gambardella e G. Tabellini (Il Sole 24 Ore del 22 giugno), sarebbe poco importante se a sviluppare le infrastrutture che aspettiamo dall’epoca dello “sportello del cittadino” (1988) fossero informatici di Google o di Poste Italiane.

Si tratta invece di una differenza essenziale perché diversi che più non si potrebbe sono gli ambienti in cui sono cresciuti: nel primo “solo i paranoici sopravvivono”, nel secondo in cui la sopravvivenza dipende dal potere del sindacato. Questa è la ragione per cui le privatizzazioni (e le varie forme di outsourcing) non sono un capitolo a se stante dell’agenda di governo, ma sono il capitolo finale del processo di riforma della Pa.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 6 luglio 2014

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