Riforma ETS e nuovi obiettivi di elettrificazione: quando la politica industriale distrugge gli obiettivi ambientali

Un regalo ai ai gruppi di interesse che fanno a gara ad aggiudicarsi l’incentivo o il regolamento che più li avvantaggia

20 Luglio 2026

Istituto Bruno Leoni

IBL

Argomenti / Ambiente e Energia

La settimana scorsa, la Commissione europea ha pubblicato la proposta di riforma dell’Ets (il mercato delle quote di CO2). Come dimostrano le reazioni negative – sia da parte di chi ne chiedeva una seria revisione, sia da parte di chi invece lo considerava insufficiente – Bruxelles ha tentato di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. In sostanza, ha reso il sistema più complicato, senza ridurne i costi né aumentandone l’efficacia.

Mentre gran parte della discussione si è concentrata sui tecnicismi, la notizia più importante è un’altra: accanto all’Ets, Ursula von der Leyen ha introdotto un nuovo obiettivo, per ora solo “indicativo”, relativo all’elettrificazione. Entro il 2040, il 46% dei consumi energetici totali nell’Unione europea dovranno essere elettrificati (attualmente siamo attorno al 23%). Che l’energia elettrica avrà un ruolo crescente nella nostra economia è pacifico; che questo favorirà l’efficienza e la decarbonizzazione, pure. Quello che è tutt’altro che pacifico è che l’elettrificazione debba costituire un target in sé. Il tasso di sostituzione delle tecnologie tradizionali in ambiti come i trasporti e gli usi domestici dipende da una pluralità di fattori, tra cui l’andamento dell’economia, la demografia, il progresso tecnico e le preferenze dei consumatori. Nessuno può sapere come sarà il mondo tra quindici anni (nel 2040) e oltre. E, soprattutto, nessuno può sapere se – alla luce degli sviluppi futuri – la combinazione più efficace per abbattere le emissioni di CO2 sarà effettivamente quella immaginata, cioè imposta, dalla Commissione.

Facciamo un breve riassunto: a un obiettivo strettamente ambientale (la riduzione delle emissioni del 55% nel 2030, del 90% nel 2040 e net zero nel 2050) se ne affiancano uno sulle rinnovabili (42,5% dei consumi lordi di energia nel 2030), uno sull’efficienza (riduzione dei consumi dell’11,7% al di sotto delle previsioni) e, adesso, uno sull’elettrificazione. In più, esistono vari sotto-target: la riduzione delle emissioni dai veicoli a motore, le prestazioni energetiche degli edifici, l’idrogeno, la riduzione dei rifiuti e via discorrendo. È anche questa proliferazione di obiettivi più o meno vincolanti (a cui sistematicamente segue un carosello di sussidi, tasse, obblighi e divieti) a far esplodere i costi della decarbonizzazione.

Il dibattito si è concentrato sull’Ets, che rappresenta l’elemento più visibile e quindi l’anello debole del Green Deal. Ma ne è anche la componente più efficiente, perché si limita a fissare un prezzo alle emissioni, lasciando che sia il mercato a trovare il modo di ridurne l’entità al minimo costo. Ogni ulteriore vincolo ha due conseguenze: da un lato, comporta assorbimenti di risorse potenzialmente sproporzionati rispetto al risultato (per esempio, il Superbonus e i sussidi ai trasporti ferroviari); dall’altro, la priorità a investimenti potenzialmente più costosi finisce per cannibalizzare i segnali di prezzo dell’Ets, rendendolo un balzello indigesto e percepito come ingiusto perché meramente aggiuntivo.

Non solo questo rende la decarbonizzazione più onerosa: la getta in pasto ai gruppi di interesse che fanno a gara ad aggiudicarsi l’incentivo o il regolamento che più li avvantaggia, e contribuisce alla delegittimazione delle finalità ambientali agli occhi di un’opinione pubblica sempre più stremata.

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