L’esito del processo di primo grado sul crollo del Ponte Morandi non ha, probabilmente, sorpreso nessuno. In attesa di conoscerne le motivazioni per esteso, è però possibile qualche considerazione sul contesto in cui sono maturati prima la tragedia, poi il giudizio.
Fino al crollo dell’estate del 2018 nessuno aveva mai segnalato apertamente criticità strutturali del ponte, o almeno criticità tali da far prevedere un suo cedimento. Anzi: quando si era discusso del progetto alternativo della Gronda, da più parti se ne era contestata la necessità, sostenendo proprio che il viadotto sul Polcevera non presentava problemi particolari.
È certo verosimile che il ponte abbia ceduto per l’omissione dei necessari interventi di manutenzione: è normale attendersi che un ponte non crolli da un momento all’altro. L’esito del processo, però, risponde anche al bisogno di trovare a ogni costo un “colpevole”. E, sul piano della civiltà giuridica, conviene ricordare che attribuire responsabilità a chi in realtà non dovrebbe risponderne significa aggiungere ingiustizia e arbitrio alla disgrazia, con l’ulteriore, grave effetto di deresponsabilizzare i comportamenti futuri invece di provare — per quanto possibile — a migliorarli.
Per questo la vicenda dovrebbe sollecitare una riflessione più ampia. Altrove, a essere processata e condannata a sanzioni miliardarie in sede civile e amministrativa è di regola la società nel suo complesso, chiamata a rispondere di scelte e decisioni superindividuali e di variabili difficilmente controllabili fino in fondo; e l’accento cade sul risarcimento e sull’indennizzo delle vittime dei guasti e dei malfunzionamenti. Da noi, invece, pur a fronte di un sistema in media più farraginoso — complice anche la scarsa efficienza della pubblica amministrazione — si ritiene che un colpevole, a titolo personale, vada comunque trovato.