E se le multinazionali fossero i migliori promotori del made in Italy?

Il caso dell'agroalimentare


La presenza delle multinazionali promuove la crescita e l’occupazione anche nelle imprese tradizionali. Lo conferma la vicenda di successo dell’agroalimentare italiano, che viene approfondito attraverso diversi casi-studio in questo Briefing Paper. Lo studio è stato presentato a Roma nell’ambito del convegno “Innovazione sociale, territorio e sistemi di impresa” organizzato dalla rivista Formiche.

Lo studio anzitutto ripercorre la letteratura sul tema, evidenziando gli effetti positivi che possono essere associati agli investimenti delle multinazionali: il trasferimento di tecnologie e know-how, i processi di apprendimento e imitazione, la possibilità per le Pmi di inserirsi all’interno di filiere globali e il più facile accesso a capitali esteri. A conferma di ciò si ricostruiscono le vicende di numerose Pmi italiane dell’agroalimentare, che hanno conosciuto il successo o il rilancio proprio grazie alla collaborazione con multinazioanli quali McDonald’s, Unilever, Cloetta, Coca Cola, Alibaba, Nestlé e Findus.

In definitiva, il made in Italy negli anni ha trovato un respiro internazionale ed è approdato a nuovi mercati anche grazie al prezioso contributo delle multinazionali. Di fatto, le multinazionali possono giocare il ruolo di facilitatori per l’inserimento delle imprese italiane nelle catene di valore globali. La possibilità di creare ecosistemi imprenditoriali strategici, all’avanguardia e in crescita dipende dalla capacità degli attori esistenti sul territorio di aprirsi al mercato globale e di guardare al futuro immaginando percorsi di promozione delle eccellenze locali che non si isolino a contesti limitati ma sappiano affrontare prospettive internazionali.

E se le multinazionali fossero i migliori promotori del made in Italy?

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