Il 25 settembre l’Organo di conciliazione del WTO ha istituito un panel sul CBAM, accogliendo la seconda richiesta della Russia: siamo ancora lontani da una decisione, ma il contenzioso costringe a rispondere a una domanda che Bruxelles ha preferito eludere, e cioè se il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere sia davvero una politica climatica o, soprattutto, una politica industriale.
Il CBAM colpisce beni intermedi: acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti. Non prodotti per il consumatore, ma le fondamenta della manifattura. Si protegge un anello della catena, rischiando di indebolire tutti quelli a valle”. Lo studio ripercorre i contenuti del meccanismo e le obiezioni sollevate dai partner commerciali dell’Unione, mostrando come il problema non sia soltanto il prezzo dell’acciaio extra-europeo: “È anche, e forse soprattutto, che l’energia europea costi molto. Secondo l’IEA, nel 2025 i prezzi dell’elettricità per le industrie energivore dell’UE sono rimasti oltre il doppio di quelli americani.
Una barriera alla frontiera rende più caro l’acciaio vecchio, non più economico quello nuovo. È la differenza tra punire il passato e rendere conveniente il futuro. Il CBAM, per costruzione, fa la prima cosa. Il WTO risponderà sul diritto commerciale; la risposta sulla competitività spetterà al mercato.