Ricerca e brevetti, il dirigismo non è una buona cura

Riflessioni critiche sulla proposta Ue di favorire il ricorso alle licenze obbligatorie

8 Maggio 2023

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Diritto e Regolamentazione Politiche pubbliche

La Commissione europea ha messo a punto una proposta per la revisione della regolazione farmaceutica. Ha cominciato il suo iter, ma c’è da sperare in un ravvedimento cammin facendo. Oltre a ridurre la durata dei brevetti, le nuove norme consentirebbero di ricorrere con maggiore rapidità alle licenze obbligatorie, ovvero di sospendere i diritti di proprietà intellettuale in caso di necessità. Si tratta di un nuovo strumento europeo, che avrebbe efficacia su tutti i titolari di proprietà intellettuale nel continente. Sospendere la validità dei brevetti è il primo passo per poter poi indirizzare la produzione: ovvero, per esempio, convertire le produzioni per raggiungere un obiettivo urgente, quale la maggiore disponibilità di vaccini. La logica è quella del socialismo di guerra: ogni altro obiettivo va subordinato a quello più urgente, ossia sconfiggere il nemico. E non ci è stato più e più volte detto che quella contro il Coronavirus era una guerra e che dovevamo comportarci di conseguenza?
 
L’abusata metafora bellica rischia di farci fare più che altro confusione. La differenza fra un nuovo virus e un nemico in senso proprio, cioè un esercito di esseri umani, è che la logica delle interazioni col secondo è quella del colpo-su-colpo. Ad azione ci si può attendere una reazione. Con il Covid-19 non è andata così: il virus non reagiva agli annunci roboanti dei governi e non metteva in campo contro-strategie per sfuggire alle loro manovre a tenaglia. Ha fatto il suo corso, si è evoluto (le famigerate «varianti»), ogni tanto i nostri piani si sono dimostrati efficaci, ogni tanto hanno avuto effetti perversi. La storia evolutiva del Covid-19 avrà bisogno di tempo per essere scritta.

La Commissione dice: si vis pacem, para bellum. Da una parte, «preparare la guerra» di solito significa armarsi e dare una serie di segnali al nemico, effettivo o potenziale. Sotto questo profilo, c’è poco da fare. Noi non abbiamo idea di quale sarà il prossimo virus emergente. Non sappiamo neppure se si tratterà di un’infezione destinata a spostarsi dall’animale all’uomo oppure se sarà del tutto nuovo il germe scatenante oppure se si tratterà di una malattia infettiva che ha avuto una sua storia sotto traccia ma che non ha sin qui trovato le condizioni ambientali necessarie per emergere. Di una cosa però possiamo star certi: non avendo nulla che somiglia alla «volontà» e non seguendo i mezzi di informazione, l’avvertimento della Commissione europea lascia il prossimo virus emergente del tutto indifferente.

Dall’altra, se il virus non coglie nessun segnale da questa decisione di Bruxelles, a venirne influenzati saranno invece altri. Per esempio le stesse imprese del farmaco. In un saggio sulla rivista «Il diritto industriale», Cesare Galli, giurista dell’università di Parma, nel 2021 sottolineava come l’esistenza stessa dei vaccini rappresentasse almeno in parte una vittoria del regime vigente in tema di proprietà intellettuale. Questo poiché i vaccini «non sono sorti dal nulla, ma poggiano anche su ricerche e su brevetti anteriori all’emergenza, sviluppati evidentemente per scopi diversi, ma rivelatisi egualmente utili per questa sfida». Questo non significa che l’industria farmaceutica mantenga un repertorio di soluzioni in cerca di problema, pronte a essere sfoderate alla bisogna. Ci ricorda però come molto spesso, nella vita come nella scienza, le soluzioni a un problema non vengano dall’applicarsi a risolvere quel problema. La ricerca sull’Rna messaggero era stata intrapresa prima dell’arrivo del Covid, con tutt’altri obiettivi. Gli antivirali utilizzati contro il Covid erano frutto di una ricerca avviata avendo altre patologie in mente, e che poi ha avuto un’evoluzione imprevista, sotto la spinta della necessità.

In molti insistono sul ruolo avuto dagli Stati Uniti nel sostenere i vaccini. Trump con la sua operazione «warp speed» fece sicuramente un gran favore al mondo ma si comportò, in buona sostanza, come l’organizzatore di una gara, non come il pilota delle vetture in competizione. La sua amministrazione mise a disposizione dei fondi, che sarebbero stati erogati a risultato ottenuto. Alcune grandi imprese, che pure sulla carta avevano ottenuto risorse ingenti, non riuscirono a raggiungere il traguardo. Un’altra, Pfizer, scelse di non partecipare a quella gara ma di finanziare gli sforzi fatti nella più classica modalità di mercato: cioè «piazzando» i propri prodotti, una volta sviluppati. Tutte le imprese coinvolte, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, potevano far leva sulla loro esperienza: sia di partnership col mondo della ricerca sia di produzione industriale.

Comunque la si guardi, la mossa dell’unione europea rischia di indebolire gli incentivi agli investimenti, i quali non sono ovviamente legati a una malattia che ancora non esiste, ma che potranno venir utili anche in una circostanza simile (nella quale speriamo di non trovarci molto presto). Per essere compensati da cosa? Da spesa pubblica e da una regia da parte della Commissione? Davvero la Commissione è convinta di avere una visuale più chiara sulle prossime malattie emergenti, e addirittura di saper scegliere le tecnologie con le quali affrontarle?

La pandemia è stata un grande esperimento a cielo aperto (del genere che speriamo di non replicare a breve). Ce ne sarebbero, di cose da imparare. Ma per farlo bisogna almeno evitare di credere alla propria propaganda.

da L’Economia-Corriere della Sera, 8 maggio 2023

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