Referendum sul futuro dell'Atac: segnale forte anche per Genova

Il voto sull'apertura della concorrenza nella Capitale potrebbe ispirare anche il capoluogo ligure

12 Novembre 2018

Il Secolo XIX

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Oggi i cittadini romani voteranno un referendum sul futuro del loro trasporto pubblico. Attualmente il servizio è erogato da una società di proprietà del comune, Atac, che si trova sull'orlo del dissesto finanziario. Atac opera sulla base di un affidamento diretto, scaduto e poi prorogato fino al 2021. Uno dei quesiti a cui gli abitanti della capitale dovranno rispondere riguarda proprio le modalità di affidamento (che secondo i proponenti dovrebbe avvenire tramite gara); l'altro è sulla possibilità di usare anche servizi di trasporto non di linea (come Uber).
A prescindere dall'esito della consultazione e nonostante il silenzio che l’ha avvolta fino a poche settimane fa, essa rappresenta per la Capitale un'importante occasione per riflettere su un servizio di cruciale importanza: la mobilità urbana.
Genova non si trova in una situazione molto diversa. Il nuovo management di Amt sta cercando di migliorare la situazione, anche modernizzando il servizio. Inoltre, la situazione di stress creata dal crollo del Ponte Morandi obbliga l'azienda a fare i salti mortali. Di tutto questo bisogna tenere conto, ma al tempo stesso non si può ignorare che alle spalle abbiamo una vicenda analoga a quella romana.
Anche Amt, come Atac, è del comune, e il sindaco Marco Bucci ha detto chiaramente che non intende cambiare le cose nonostante l'ovvio conflitto di interesse di Palazzo Tursi, contemporaneamente controllore e controllante.
Anche Amt, come Atac, lavora sulla base di un affidamento diretto, recentemente prorogato fino al 2019. Come Atac, Amt ha costi di produzione fantasmagorici: secondo l'ultimo bilancio (relativo all'esercizio 2017), produrre un chilometro costa circa 6,3 curo al netto di ammortamenti e svalutazioni. All'incirca come la sua "gemella" romana (circa 6,5 euro). Per confronto, le altre aziende liguri hanno costi attorno ai 3 euro a chilometro, mentre la spezzina Atc Esercizio si colloca sui 2,5 euro, in linea con le migliori pratiche europee. Pur tenendo conto della difficile morfologia genovese, è difficile giustificare una differenza di due volte e mezzo.
Se Amt avesse costi di produzione attorno ai 4 euro a chilometro- un terzo in più della media delle altre aziende liguri – a parità di altri clementi spenderebbe circa 120 milioni anziché 180.
Poiché le sue principali fonti di ricavo sono la vendita di biglietti e abbonamenti (57 milioni) e i contributi pubblici (106 milioni), un' Amt un po' meno inefficiente consentirebbe o di tagliare di oltre la metà i costi per le casse comunali, oppure di far viaggiare i genovesi gratis.
Il problema di Amt, anche al di là delle buone intenzioni dei manager e dell'azionista, sta nella storia e nel contesto: la storia di un'azienda che ha, nel tempo, accumulato e inefficienza e un contesto che vede coincidere l'ente affidante (il Comune) con l'azionista del soggetto affidatario. Questo da un lato indebolisce i controlli, dall'altro sovrappone il piano gestionale a quello politico. Magari ai genovesi le cose stanno bene come sono: sono felici di pagare più tasse e biglietti più cari pur di preservare il rapporto tra Comune e azienda. Sarebbe interessante, come a Roma, chiedere il loro parere.

Da Il Secolo XIX, 11 novembre 2018

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