Quelle regole globali mai nate davvero

Il diritto internazionale e le regole sull’uso della forza: ambizioni globali, limiti reali e il ruolo della retorica nella politica mondiale

6 Marzo 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Ieri alla Camera c’è stato un raro momento di concordia: le opposizioni e il ministro Crosetto hanno convenuto che l’intervento militare in Iran sia fuori dalle regole del diritto internazionale.

Gaza, la deposizione di Maduro e ora l’attacco iraniano hanno decretato la morte, ritengono in molti, del diritto internazionale. Ciò presuppone che il diritto internazionale non solo sia stato vivo, ma sia stato determinante nel regolare i rapporti tra Stati.

Mesi fa, a proposito di Gaza, Tajani è stato deriso per aver detto che le regole internazionali sono sì importanti, ma fino a un certo punto. Un’uscita infelice, se a pronunciarla è il ministro degli esteri, ma non così lontana dal vero. Certo, nella storia moderna, a partire dal Trattato di Vestfalia, il riconoscimento reciproco delle sovranità statali ha via via dato qualche certezza di rispetto dei confini, a confronto di rapporti basati solo su guerra e matrimoni. Certo, una fitta rete di trattati, accordi bilaterali e multilaterali e organizzazioni internazionali compone oggi il tessuto di un diritto che quotidianamente gli Stati applicano. Ma non è questo il diritto di cui si scrive l’epitaffio.

Quello a cui ci si riferisce sono le regole sull’uso della forza che sono nate dopo la Seconda guerra mondiale con un obiettivo diverso, se non opposto, rispetto al diritto internazionale fino ad allora vigente.

Con esse, si voleva formalizzare un sistema di sicurezza collettiva che sarebbe stato superiore alle decisioni dei singoli governi e, nelle forme consentite, avrebbe garantito la pace e la tutela dei diritti fondamentali. Dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 fino allo Statuto di Roma sulla Corte penale internazionale, gli Stati hanno costruito meccanismi giuridici che, con la minaccia di un legittimo intervento militare o di un legale processo internazionale, avrebbero dovuto scongiurare le degenerazioni dei rapporti di forza e placare le prepotenze di dominio.

Si può dire che la lodevole ambizione di tale architettura è stata tanto alta quanto bassa la sua efficacia. Non solo per gli interventi non autorizzati, come in Iraq. Ma anche per i mancati interventi a protezione di intere popolazioni, come in Ruanda. Senza considerare che il diritto sull’uso della forza è stato a più riprese piegato e interpretato secondo le ragioni e giustificazioni del momento, tanto da far parlare di interventi illegali ma legittimi, come per la Nato in Kosovo.

Questa scarsa considerazione per le forme non dipende solo dal modo in cui funzionano l’ONU e il suo diritto di veto. Dipende dalla natura del diritto internazionale, che è un diritto tra pari sovrani dove la forza, militare ed economica, conta.

Per almeno due generazioni ci si è convinti che l’Occidente avrebbe visto la guerra solo da lontano e che i suoi ridotti eserciti si sarebbero mobilitati nella remota ipotesi della difesa. Ma se questo è avvenuto, non è stato tanto per merito delle regole del diritto internazionale, quanto per scelte e relazioni di politica internazionale tra gli Stati più forti. A garantire la pace è stata prima la minaccia militare (atomica) e poi l’avvicinamento dell’Est sovietico all’Ovest capitalistico. Pace, disse Gorbačëv ritirando il premio Nobel, “significa fattiva cooperazione reciproca”. Lo sapeva bene lui, che portò Reagan a scambiare la corsa agli armamenti con la distensione.

A disorientare in questi mesi non è il mancato rispetto delle forme. A disorientare è il cambio di retorica. Bush non ha esportato la democrazia e Obama non ha portato la pace nel mondo. Ma la loro retorica poteva dare il conforto che i guardiani del mondo intervenissero magari illegalmente, ma per motivi giusti. La retorica di Trump – con la Macarena a fare da colonna sonora alle immagini dell’attacco – cambia la rappresentazione, sostituendo un minimo di pudore, ipocrita quanto si vuole, nel rispetto delle regole e sugli scopi perseguiti con le forme del bullismo. E la retorica, in politica, può contare persino più del diritto.

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