Quella domanda serissima che i secessionisti veneti pongono agli economisti

Due milioni di cittadini veneti, che si sono espressi via internet a favore dell'indipendenza della Serenissima dal resto del paese, sono considerati dalla stampa alla stregua di un fenomeno folcloristico

27 Marzo 2014

Il Foglio

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Per mesi il dibattito pubblico si è con centrato su una riduzione del cosiddetto cuneo fiscale che valeva uno zero-virgola-qualcosa-per-cento in meno del costo del lavoro. Nelle ultime settimane, alcuni hanno presentato come rivoluzionario uno sconto fiscale che, se effettivamente messo in pratica, ridurrebbe le imposte a chi guadagna sino a 25.000 euro l’anno, lasciando inalterata la situazione di chi ne guadagna 26.000, sulla base dell’ipotetica diversa propensione al risparmio dell’uno e dell’altro. Al contrario, 2 milioni di cittadini veneti, che si sono espressi via internet a favore dell’indipendenza della Serenissima dal resto del paese, sono considerati dalla stampa alla stregua di un fenomeno folcloristico. Forse, nel dibattito pubblico italiano, a essere sbagliate sono le domande ancor prima delle risposte. E’ curioso che si sia spento il dibattito sulla principale peculiarità del nostro sistema economico e politico: un divario permanente fra i livelli di sviluppo delle diverse aree del paese che non ha eguali al mondo.

La “questione meridionale” è seppellita sotto numerosissime ricette proposte dal pasticciere di turno: tutte basate sull’intervento pubblico, e tutte egualmente fallimentari. La “questione settentrionale” è stata appaltata a un partito il cui peso politico sembra declinare, e così facendo fornisce un comodo alibi a chi preferisce fingere non esista. Il referendum popolare veneto suggerisce, però, che qualcosa cova sotto la cenere. Al cuore di queste due “questioni” vi è un trasferimento territoriale di risorse che, come la differenza fra le due aree del paese, ha pochi precedenti nella storia e pochi confronti nel tempo, per persistenza e per dimensione. Anche in questo caso l’attenzione spesso si appunta sui numeri sbagliati. Si guarda cioè all’entità dei trasferimenti “straordinari”, ai “fondi per le aree depresse”, agli “incentivi allo sviluppo” e simili. Ma il trasferimento di risorse avviene soprattutto attraverso gli strumenti ordinari della finanza pubblica. Il prelievo fiscale è sostanzialmente proporzionato al reddito, anzi cresce più che proporzionalmente con il crescere del reddito (anche perché nelle aree meno sviluppate vi è più economia informale); la spesa pubblica è invece sostanzialmente proporzionale al numero dei cittadini residenti (più o meno lo stato offre in tutta Italia lo stesso numero di classi per studente, di insegnanti per classe, di letti in ospedale per abitante, e simili). Quindi il prelievo è sbilanciato a carico del nord, ove i redditi sono più alti; la spesa è sbilanciata verso il sud, ove è maggiore il numero di abitanti rispetto al reddito prodotto.

Paradigma Buchanan e un’Irpef di troppo
Qualche anno fa due ricercatori della Banca d’Italia stimarono il volume di quello che James Buchanan chiamava “residuo fiscale”, cioè la differenza fra quanto un cittadino paga al fisco e quanto riceve in termini di spesa pubblica. Si tratta di risultati impressionanti, che non è azzardato immaginare invariati, dal momento che i fattori che influenzano la distribuzione di entrate e spese, rispettivamente reddito e popolazione, non sono cambiati di molto. Nel solo nord, scorporando le regioni a statuto speciale (che hanno tutte residui positivi), il residuo fiscale risultava negativo per 76 miliardi; nel sud (escludendo sempre le regioni a statuto speciale) positivo per 37 miliardi. Per comprendere la dimensione della cosa, basta pensare che il residuo fiscale del nord non era dissimile dall’Irpef complessiva pagata da quelle regioni. Altrimenti detto, senza i trasferimenti verso il sud, e senza dover contribuire in via esclusiva a pagare gli interessi sul debito pubblico, il nord avrebbe potuto evitare di pagare l’imposta sul reddito delle persone fisiche, e ciò nonostante mantenere lo stesso livello di spesa pubblica. Il residuo fiscale del sud era pari a circa una volta e mezzo l’Irpef pagata dai cittadini meridionali. Come se, per ogni euro di imposta pagata, ciascun cittadino meridionale ne ricevesse due e mezzo in termini di servizi e trasferimenti pubblici.

Siamo facili profeti nel prevedere che la “questione settentrionale” è solo momentaneamente sopita. Ma anche “visto da sud”, il problema non è meno serio. Volumi di spesa pubblica così elevati distorcono in modo sistematico l’allocazione delle risorse: da chi si vuole che le persone cerchino lavoro, se non dal datore di lavoro pubblico? Se stato ed enti pubblici continuano a offrire salari determinati sul livello dei prezzi e sulle condizioni del mercato del lavoro del centro-nord, come faranno le imprese private meridionali a competere?
I trasferimenti sottraggono al nord risorse preziose, ma nel mezzogiorno inceppano sistematicamente lo sviluppo dell’economia privata. L’assistenzialismo perpetua se stesso. In queste condizioni, come pensare che tornare a crescere, al nord come al sud, sia un obiettivo raggiungibile?

Da Il Foglio, 17 marzo 2014

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