Quel vuoto riempito dalla Costituzione

La Costituente nacque in un’Italia divisa e disorientata, la Costituzione contribuì a ricostruire unità, cittadinanza e identità repubblicana

4 Giugno 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Alla fine della seconda guerra mondiale e di una dittatura lunga abbastanza da incunearsi nelle singole coscienze e scendere a patti con la società e i suoi poteri, gli italiani vissero un intenso periodo di straniamento collettivo, di cui ancora oggi portiamo il segno. Alcuni avevano fatto la guerra ai fascisti. Altri a fatica si accorsero della guerra civile in corso. Molti avevano fatto quello che fece la monarchia e, con essa, i vertici militari: passare da una parte all’altra.

Anche per questo – cioè per saldare le fratture – la ripresa morale e intellettuale, oltre che sociale ed economica, venne spesso identificata, pure dai costituenti, come un secondo risorgimento. L’inno Fratelli d’Italia, adottato in via provvisoria il 12 ottobre 1946, era un canto risorgimentale. La retorica del Risorgimento era un simbolo e di simboli c’era assoluto bisogno, in un’Italia che, persino divisa tra il ’43 e il ’45 in due ordinamenti separati, non era più nemmeno un’espressione geografica. Il simbolo più importante di questa necessità di unità divenne il referendum istituzionale, nonostante uno scarto di due milioni di voti e le conseguenti polemiche sui brogli elettorali. Con la scelta istituzionale, gli italiani elessero anche l’Assemblea che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione repubblicana. Alle loro voci è dedicato un libro-raccolta appena scritto da Alfonso Celotto e Giulia Guerrini, Viva il Re! Viva la Repubblica! Alle urne si recò, probabilmente con emozione specie per le donne, oltre l’89% degli aventi diritto al voto. Con altrettanta emozione, c’è da immaginare che iniziarono i lavori della Costituente.

Non poteva essere altrimenti. «Mai tanta ala di storia» era passata sopra «chi è adusato alle prove parlamentari, chi è stato in trincea, chi ha conosciuto il carcere politico», disse Ruini chiudendo i lavori della Costituente. Ma al di là della retorica costituzionale, gli echi risorgimentali e repubblicani servivano esattamente a ciò a cui era servita la retorica risorgimentale: fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia, fare i cittadini dopo aver fatto la Repubblica, riprendere il percorso di costruzione di una giovanissima unità lì dove si era interrotto e portarlo ancora più avanti, provando a far uscire gli italiani dalla condizione, giuridica e morale, di sudditanza.

La classe dirigente eletta alla Costituente, con il suo vissuto fuori dall’ordinario, aveva tutto il credito per un compito simile. In parte, il tono costituzionale deriva anche da qui, dall’esperienza che essi avevano sulle spalle, dall’incarico che sentivano di dover adempiere, dalla loro professionalità o capacità politica. Vi erano i principali esponenti dei partiti del CLN come De Gasperi, La Pira, Togliatti, La Malfa, illustri giuristi come Tosato, Mortati, Calamandrei, i più attivi protagonisti della Resistenza, come Parri, Pertini, Lussu, Nenni, Dossetti, Basso, i padri nobili dello Stato italiano come Nitti, Orlando, Einaudi, Croce. L’ala della storia era passata sopra di loro e si era posata per investirli di un compito fuori dall’ordinario: scrivere una costituzione moderna, certo, ma anche indicare un senso di unità e di obiettivi condivisi a una popolazione che aveva molto poco da condividere, se non, e in misura peraltro diversa, la disfatta della guerra e lo scotto del fascismo.

Queste personalità avevano, dietro di sé, un mondo da rinnegare. Davanti a sé, un solo precetto da rispettare: la scelta referendaria per la repubblica. La riproposizione della questione istituzionale fu inevitabile dopo gli eventi dell’otto settembre. Poco più di un mese dopo quella data, il Comitato di liberazione nazionale aveva chiesto la convocazione popolare per decidere la forma del nuovo Stato. Prima ancora che in Assemblea costituente, una concordia politica di intenti, a cui contribuì non poco Togliatti, consentì la sospensione della questione istituzionale per tutto il periodo provvisorio di liberazione. Il decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, diversamente da quanto annunciato dal re nell’aprile del ’44 e stabilito in un precedente decreto di luglio, affidava la scelta della forma istituzionale al popolo italiano, a suffragio universale e diretto.

La forma repubblicana e lo spirito antifascista sarebbero stati i due corrimano sul cammino della Costituente. Per il resto, però, essa operava in quello che Massimo Severo Giannini definì un pieno vuoto costituzionale. Immaginare uno Stato nuovo era un compito diverso e parallelo rispetto a rigettare quello vecchio. La tensione tra i due compiti è chiara tra la prima e la seconda parte della Carta, come sottolinea da ultimo Antonio Polito ne La Costituzione non è di sinistra. Riconoscerla significa restituirle la sua dimensione più vera, che è storica e non mitica. Sarebbe il miglior tributo che possiamo rendere a quel momento: capire i perché storico-politici delle scelte che furono fatte e in questo – non in una qualche sacralità – riconoscerne il valore.

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