Quel piccolo esercito di carta che ha stanato un po' di liberalismo in Italia

In lode di Aldo Canovari e della sua LiberiLibri

2 Febbraio 2016

Il Foglio

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Stralci tratti da Il carattere della libertà. Saggi in onore di Aldo Canovari, a cura di Serena Sileoni per Ibl libri

Se il “pensiero unico” è davvero così unico, com’è che fatico tanto a trovare un libro, uno solo, che ne difenda le ragioni? Me lo chiesi una prima volta e non avrei smesso più all’alba degli anni Novanta, quando ero un diciottenne pallido e occhialuto che passava i pomeriggi a far la spola in autobus tra una libreria e l’altra del centro di Roma. I banchi delle novità schieravano saggi, pamphlet, opere ponderose di economisti e di sociologi, tutti armati fino ai denti con diagrammi tabelle statistiche per contrastare l’egemonia del
“pensiero unico” e ricacciare oltre confine il nuovo invasore liberale, neoliberale o neoliberista. Vedevo scintillare sugli scaffali i dorsi lucidi di quel corrusco esercito di resistenti, ma per quanto affinassi lo sguardo proprio non riuscivo a scorgere all’orizzonte l’invincibile armata contro cui giuravano di battersi. Dove si era rintanato, il “pensiero unico”? Era forse un invisibile esercito di spettri, come quelli di certe saghe leggendarie? Oppure era asserragliato in qualche bunker nei sotterranei della libreria, in qualche casamatta editoriale? Esisteva o non esisteva l’”arma segreta” che avrebbe messo fine alla battaglia delle idee? Vedete bene che alternavo paranoie ora grandiose ora catastrofiche da ultimi giorni del Terzo Reich. La verità era tutto sommato più semplice.

Dovetti presto constatare che il liberalismo, più che pensiero unico, era in Italia un pensiero solitario; e che i libri pronti a difenderlo non erano neppure nascosti tra le montagne come una formazione partigiana, erano disseminati qua e là, alla spicciolata, a formare la più improbabile, la più velleitaria, la più allegra, la più melanconica, la più litigiosa delle brigate. Cercai così, negli anni, di mettere insieme un piccolo kit di autodifesa o di sopravvivenza che potesse spiegarmi perché eravamo ridotti in quella condizione, quali forze ci mantenevano in quel deplorevole stato di minorità. “La mentalità anticapitalistica” di Ludwig von Mises, “L’oppio degli intellettuali” di Raymond Aron, i “Puzzle socratici” di Robert Nozick, “La grande parade” di Jean-Francois Revel, “Perché gli intellettuali non amano il liberalismo?” di Raymond Boudon… Li sistemavo l’uno accanto all’altro come soldatini di piombo, e diligentemente li spolveravo. Poi un giorno scoprii che un piccolo esercito già c’era, di stanza a Macerata ed era il catalogo Liberilibri. Eccola, finalmente, la sezione italiana della grande armata del “pensiero unico” sotto il cui tallone gemeva il mondo oppresso! Eccola, la centrale del totalitarismo liberista, il quartier generale della nuova psicopolizia! C’era da ridere e da piangere e poi da ridere ancora. Che fossimo spacciati, lo sapevo già; almeno, però, potevamo sentirci meno soli e non è poco.

Se avvertite una nota di compiacimento, è perché negli anni ho contratto tutti i malanni tipici del liberale italiano; se non la avvertite, è perché li avete contratti anche voi: la solitudine assunta come vezzo signorile, come simbolo araldico, come strumento di distinzione più o meno aristocratica; il circolo vizioso tra marginalità e stravaganza, che è così comune tra le minoranze di ogni tipo, dove l’una genera incessantemente l’altra, e l’ostentazione di letture eccentriche, abiti eccentrici, hobby eccentrici, abitudini eccentriche diventa il modo per ribaltare il mancato riconoscimento in orgoglio; il bovarismo e il donchisciottismo politico come attitudini fondamentali, così radicate da non esser neppure più percepite, come l’evangelica trave nell’occhio; e infine quel conflitto sottile, che in tanti amici avrei ritrovato per primo nell’amabile condottiero del piccolo esercito editoriale -, tra spirito guerresco e riserbo, tra passione polemica e misantropia, tra la vocazione a scendere lancia in resta nell’arena e la tentazione di nascondersi, di acquattarsi nell’ombra, di rendersi invisibili. Per parte mia non ho mai sciolto il dilemma. Che cosa facevo, o che cosa credevo di fare, quando raccoglievo, leggevo e in piccola irrilevante misura aiutavo a scrivere libri liberali, sapendo che sarebbero caduti più o meno nel vuoto? Era una battaglia o una testimonianza? Un tentativo di incidere sul mondo o, al contrario, di impedire al mondo di incidere troppo su di me, un modo di trovare conferma di non esser pazzo?

Me lo chiedo tuttora quando penso alla battaglia liberale che mi è più cara, quella sulla giustizia, sull’argine da mettere allo strapotere dei pubblici ministeri, sulla malapianta inquisitoria da estirpare. Negli anni ho radunato pazientemente in uno scaffale i battaglioni di quello che dovrebbe essere, dicono, il pensiero dominante garantista per l’esattezza garantista e peloso, come un’orda barbarica. Alcuni erano pubblicati da editori così piccoli da sfiorare la soglia della copisteria. Altri esibivano con fierezza il marchio Liberilibri, a partire da un volumetto essenziale di cui molti, in Italia, hanno letto per intero il titolo, “Il circo mediatico-giudiziario” di Daniel Soulez Larivière. Mi piace pensare, con un po’ di superbia, che in quel mio scaffale e in scaffali simili al mio che altri solitari avranno messo insieme ci sia tutto l’occorrente per capire cos’è accaduto alla giustizia italiana negli ultimi trent’anni, e anche per sapere cosa si sarebbe dovuto fare per impedire che accadesse. Magra consolazione, e inutile civetteria! In fin dei conti il meglio che posso fare è mettere a disposizione quella collezione di libri strani o rari; senza più fortuna del conte Monaldo, che pose l’insegna filiis amicis civibus, quasi che ai contadini di Recanati potesse importar qualcosa della sua biblioteca di autori classici. Eppure preferisco ricordare un altro contadino, il contadino cinese che nel 1974, scavando un pozzo, scoprì per avventura l’Esercito di terracotta del Mausoleo di Qin a Xi’an, magnifiche statue di soldati con carri e cavalli, uno dei grandi ritrovamenti archeologici del secolo scorso. Un’armata destinata a servire nell’Aldilà il primo imperatore cinese. Forse le nostre battaglie intellettuali sono perdute, forse lo saranno ancora per molto; ma vale la pena combatterle ancora tenendo a mente l’immagine l’ennesima chimera bovaristica, chissà di un nuovo diciottenne pallido e occhialuto che un giorno, calandosi per caso nei sotterranei della libreria, vedrà schierato il piccolo esercito Liberilibri, perfettamente intatto e pronto a servirlo. E pazienza se non sarà il prossimo imperatore, a me va bene così.

Da Il Foglio, 2 febbraio 2016

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