Quando la fedeltà fiscale (ri)paga

Occorrerebbe evitare di pesare troppo su coloro che il proprio obbligo fiscale lo assolvono per intero

9 Maggio 2017

IBL

Argomenti / Politiche pubbliche Teoria e scienze sociali

Non c’è guaio dell’Italia che non sarebbe riconducibile all’evasione e all’elusione fiscale. Quante volte lo abbiamo sentito dire? “Se solo si riuscisse a costringere tutti a pagare le tasse, i problemi finanziari del Paese sarebbero risolti”. Questo governo è l’ultimo in ordine di tempo a schierate le sue truppe per la guerra all’evasione.
Un’opinione diversa riconosce che invece evasione ed elusione sono la legittima difesa di chi tenta di far sopravvivere la propria attività economica a un fisco troppo rapace.

Comunque la si pensi, buon senso vorrebbe che fossimo almeno d’accordo sulla necessità che questa guerra non faccia troppe vittime del “fuoco amico”. Fuor di metafora: occorrerebbe evitare di pesare troppo su coloro che il proprio obbligo fiscale lo assolvono per intero. Purtroppo, il recente decreto legge contenente la manovra correttiva di finanza pubblica si muove nella direzione opposta.

In materia di IVA, l’obbligo fiscale del contribuente consiste nel pagare l’imposta sull’incremento di valore che l’attività sua o della sua impresa apporta nel processo economico. Egli paga l’imposta sui propri acquisti, la incassa sulle proprie vendite. Deve versare al fisco la differenza fra quanto incassato e quanto pagato. Ora però, nel caso in cui ceda i propri beni o i propri servizi a un soggetto della pubblica amministrazione, alle società da questa controllate, a una delle prime 40 società quotate in borsa, il contribuente paga due volte: paga l’IVA sulle vendite (addirittura la versa all’erario per lui il suo acquirente); e ha già pagato l’IVA ai propri fornitori. Certo: rimane il diritto a ricevere il rimborso di quanto gli spetta. Ma campa cavallo….

La cosa è resa più grave dal fatto che viene drasticamente ridotto il diritto a compensare i debiti verso la pubblica amministrazione con i crediti. Se prima il nostro contribuente – fino al limite di 15.000 euro – avrebbe potuto recuperare agevolmente i crediti d’imposta evitando di versare per un importo corrispondente altre tasse o contributi sociali, ora questa facoltà gli viene negata già oltre i 5.000 euro.

In sostanza, il contribuente scrupoloso è costretto, pagate le imposte dovute, a concedere all’erario una sorta di prestito forzoso.
Non pare un modo efficace per premiare la sua “fedeltà fiscale”. Soprattutto in tempi nei quali il problema della liquidità è rilevante per molti operatori.

Se fai una guerra, e lasci sul campo di battaglia troppi dei tuoi colpiti dal fuoco amico, qualche dubbio sul valore dei tuoi generali dovrebbe venirti.

9 maggio 2017

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