C’è una clausola in un contratto stipulato nel 2024 tra due delle principali società italiane che avrebbe fatto alzare il sopracciglio a qualsiasi giurista d’affari di dieci anni fa. La clausola consente il recesso qualora dovesse scoppiare un conflitto armato che coinvolga l’Italia. Una cosa del genere non era mai successa prima, almeno nell’Unione europea. Fino a pochissimo tempo fa sarebbe stata semplicemente impensabile.
È questa piccola, significativa scintilla a dare il via a Capitalismo di guerra, il saggio firmato da Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle (Fuori Scena Editori, 2025). Non un libro sulla guerra in senso militare, ma su qualcosa di più insidioso: la trasformazione silenziosa dell’economia globale in un campo di battaglia permanente, dove i confini tra competizione commerciale e conflitto geopolitico si assottigliano ogni giorno di più.
Quella clausola contrattuale funziona come una cartina di tornasole. Una cosa che fino a poco prima era fuori dal radar ha cominciato a diventare un’eventualità concreta. Il parallelo che gli autori portano è istruttivo: il contratto di Cristiano Ronaldo con la Juventus FC, nel 2017, prevedeva che il compenso fosse versato in euro, clausola insolita proprio perché apparentemente scontata. Era il momento in cui si discuteva di una possibile uscita dell’Italia dalla moneta unica. Le cose impossibili, a volte, diventano possibili proprio perché vengono evocate. E tutelarsi contro un rischio è già un modo per farlo esistere.
Il punto più originale, e più scomodo, della tesi è che il fenomeno non nasce con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. Viene da più lontano, almeno dalla crisi finanziaria del 2008, e si è sviluppato con una continuità sorprendente attraverso presidenze di segno opposto. Joe Biden non ha eliminato nemmeno uno dei dazi introdotti dal suo predecessore. Ha continuato a indebolire il World Trade Organization. Ha perseguito politiche industriali apertamente protezionistiche. La narrativa del «cattivo che se ne va e i buoni che tornano» è esattamente questo: una narrativa. La realtà è una traiettoria, non un’alternanza.
E l’Europa? Anche qui si è percorsa la stessa strada, spesso raccontandosela in modo diverso. Quante politiche degli ultimi anni sono state progettate non solo per proteggere le imprese europee, ma esplicitamente per danneggiare i concorrenti strategici? La risposta ai dazi americani ha visto una fortissima spinta verso la ritorsione. Dal punto di vista degli autori, quella logica, «se lui ci mette un dito nell’occhio, noi gliene mettiamo due», è esattamente il piano inclinato che porta dove non si vuole arrivare.
La tesi centrale è controintuitiva. La crescita del ruolo dello Stato nell’economia, guidata dall’idea che bisogna badare sempre più a sé stessi perché il mondo è diventato più pericoloso, non è la soluzione al problema. Ne è la causa. Più ci si comporta come se si fosse in guerra con gli altri, più aumenta la probabilità che ci si troverà davvero in guerra.
Il meccanismo è noto alla storia. Il fascismo perseguiva l’autarchia esattamente per questo motivo: se voglio essere libero di fare la guerra al mio vicino, non devo dipendere da lui. L’idea contraria, quella che le interdipendenze economiche rendono i conflitti più costosi e quindi meno probabili, è alla radice stessa del progetto europeo. La European Economic Community nasce con un obiettivo politico, la pace, e con uno strumento economico, il commercio. Non erano due cose separate. Erano la stessa cosa.
C’è un nesso che vale la pena sottolineare: quando si mette in discussione il libero commercio, si mette in discussione anche lo Stato di diritto. Il principio secondo cui soggetti uguali vadano trattati in modo uguale, che le imprese competano su un piano regolato da norme condivise e non da capricci politici, è lo stesso principio che regge tanto i mercati aperti quanto le democrazie liberali. Protezionismo e arbitrio politico viaggiano insieme. Non è una coincidenza.
Il protezionismo ha anche un costo economico diretto: se si importa un bene perché costa meno produrlo all’estero, scegliere di produrlo comunque in casa significa pagare di più. Quella differenza di costo è ricchezza sottratta ad altri consumi. Un mondo più chiuso è un mondo più povero, oltre che più pericoloso.
L’uscita da questo schema non può essere solo tecnica o politica. Deve essere prima di tutto un cambiamento culturale. L’opinione pubblica si è convinta, in Europa, negli Stati Uniti, ovunque, che il mondo sia pericoloso e che il modo per renderlo più sicuro sia chiudersi. Questa convinzione si vede nei titoli dei libri, nelle scelte elettorali, in quelle clausole contrattuali che una volta erano impensabili. Per cambiarla, bisogna convincere le persone che la minaccia non viene dall’interdipendenza reciproca, ma dalla volontà di perseguire l’indipendenza a tutti i costi.
A indicare la strada, in apertura del saggio, è una citazione di John Maynard Keynes da The Economic Consequences of the Peace: «Affermare la verità, svelare le illusioni, dissipare l’odio, allargare e educare il cuore e la mente degli uomini: questi i mezzi necessari». Una frase scritta nel 1919. Suona come se fosse stata scritta ieri.