A quasi 10 mesi dalla scadenza del 30 giugno 2025 entro la quale avrebbe dovuto essere varato il decreto Mase-Mef attuativo della norma della legge di Bilancio, la proroga delle concessioni di distribuzione elettrica sembra ancora lontana dal traguardo.
Un mese fa l’Arera ha dovuto rinviare la definizione del trasferimento in tariffa degli oneri connessi a carico degli operatori, proprio perché il decreto ancora non è stato approvato.
Come noto, il provvedimento dovrà stabilire sia le modalità per la presentazione da parte dei concessionari dei piani straordinari di investimento pluriennale (a fronte dei quali, se approvati da Arera, gli operatori potranno ottenere la “rimodulazione” delle concessioni) sia i criteri per la determinazione degli oneri che i concessionari sono tenuti a versare in ragione di una proroga fino a 20 anni.
Se anche i due ministeri dovessero accelerare il provvedimento, quest’ultimo dovrà passare dalla “previa intesa” della Conferenza Unificata, ossia dalle Regioni. E non si prospetta un passaggio formale.
“A me il titolo V della Costituzione non fa impazzire, però scommetto che, ho detto al ministro che lo esercito”, sottolinea a QE Vincenzo Colla, vicepresidente della Regione Emilia Romagna con delega a Sviluppo economico e green economy, Energia, Formazione professionale, Università e ricerca.
“Una volta ricevuto il testo del decreto – spiega – le Regioni hanno già definito di fare una discussione congiunta sia nella commissione Sviluppo sia in commissione Energia e io sono stato assegnato come coordinatore di presentazione della discussione nelle due commissioni, dunque farò l’istruttoria per poi iniziare a fare le prime proposte di merito”.
Già nel dicembre 2024, in vista dell’approvazione definitiva della Manovra 2025, Colla aveva mandato una lettera al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per esprimere il proprio dissenso sul comma QE (19/12/24). “Si tratta di un’operazione che non abbiamo condiviso – afferma a QE – è stato fatto un blitz sulla Finanziaria che da 20 anni di proroga senza una striscia di politica industriale per i territori, su un tema peraltro fondamentale, vista l’importanza delle reti anche per attrarre gli investimenti”.
Sotto questo profilo, il vicepresidente regionale aggiunge che “è difficile vedere una decisione decisa così agli investimenti che gli interessi sono a carico delle bollette. E poi occorrerebbe evitare i monopoli visto che c’è un solo soggetto che ha l’85% delle concessioni”.
Ma come si può agire su questo fronte se le gare non si fanno? “Se ci sono progetti di efficientamento energetico territoriale perché non metterli in competizione? La soluzione specifica la lascio ai tecnici, a me interessa l’aspetto politico”.
Su questo tema, come noto, si sta muovendo anche il Veneto, sulla spinta dell’iniziativa di mosse da Agsm Aim (ora Masi, QE 29/5). “Una cosa certa – aggiunge Colla – è che chiederemo di mettere come vincolante un monitoraggio sugli investimenti”.
C’è poi il nodo del riversamento in tariffa degli oneri concessori. “Se c’è un costo chiederemo che non sia riverberato sulle bollette ma che sia a carico dei concessionari. Inoltre occorrerebbe che una parte venga lasciata a beneficio delle Regioni per fare gli investimenti necessari a rispettare gli obiettivi Pniec”, conclude Colla.
Il nodo della normativa Ue
Alcune settimane fa il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto aveva sostanzialmente detto che il decreto è fermo al Mef, che deve esprimere il concerto. Aggiungendo comunque che la questione non è prioritaria, visto lo stato attuale delle reti e tenendo conto del fatto che le concessioni scadono al 2030.
In questi mesi hanno però cominciato a girare voci su una possibile contrarietà della proroga rispetto alle norme Ue.
Da questo punto di vista, in un intervento pubblicato nell’agosto 2025 sulla RivistaEnergia, Luca Lo Schiavo (già dirigente Arera e ora consulente in Ibl) metteva in evidenza alcuni profili critici.
Considerando che in Italia vige un regime di legge basato su concessioni aventi durata prefissata e sulle gare (che la “miniriforma” non ha abrogato), “la Commissione potrebbe — sulla base per esempio di quanto deciso in tema di proroga delle concessioni autostradali — eccepire quanto meno che il prolungamento della durata, essendo un reale beneficio per i concessionari attuali, dovrebbe essere compensato da un effettivo onere per tali imprese, mentre la norma evidentemente permette ai concessionari non solo di eludere tale onere, ma persino di avere un margine derivante dalla proroga”, si legge nell’intervento.
Il fatto che gli oneri siano “riconosciuti in tariffa con piena remunerazione del capitale investito”, prosegue Lo Schiavo, fa sì che il costo sia di fatto anticipato dagli utenti pagandone nel tempo dai consumatori attraverso le tariffe, con l’aggiunta di una remunerazione al tasso riconosciuto per gli investimenti nella distribuzione elettrica (attualmente il 5,6% annuo, per il periodo 2025-2027).
Come ha notato Ibl, “dal punto di vista economico l’operazione equivale a un’emissione di debito pubblico mascherata”. La differenza rispetto a un’emissione diretta di Stato è che il tasso di remunerazione riconosciuto ai distributori (5,6%) è significativamente superiore ai rendimenti dei titoli pubblici (nell’ordine del 3-3,5%). Secondo Lo Schiavo ciò potrebbe generare “un sussidio implicito dallo Stato verso i concessionari”.
La proposta di Arera di azzerare questi oneri “rappresenta un tentativo di limitare i danni, ma non elimina la problematica strutturale dell’approccio legislativo e non si può escludere che la questione della compatibilità con l’ordinamento europeo venga sollevata dalla Commissione europea”, conclude Lo Schiavo.