Processo ai cento giorni

Le cose fatte e le promesse non mantenute durante i primi mesi di attività del governo Meloni

30 Gennaio 2023

Il Foglio

Argomenti / Diritto e Regolamentazione Teoria e scienze sociali

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Cento giorni tutt’altro che vuoti
Se dovessimo giudicare dai fatti i primi cento giorni delle leadership politiche alle prese con l’esperienza del governo, nessuna (o quasi) sopravvivrebbe. I primi cento giorni di un qualunque esecutivo sono dettati infatti dalle condizioni iniziali: la legge di Bilancio 2023 ne è un plastico esempio. Altri, quindi, devono essere i metri di giudizio. Uno in particolare: le parole. Attenzione: non le chiacchiere (che ormai associamo di default alla politica). No, le parole. Quelle che pesano. Quelle in grado di definire il quotidiano delle persone. Nel nostro caso, quelle capaci di cambiare, eventualmente, il modo in cui gli italiani leggono sé stessi e il proprio rapporto con il mondo che li circonda.
Sotto questo profilo i primi cento giorni del presidente del Consiglio sono stati tutt’altro che vuoti. Le condizioni entro le quali deve svolgersi l’iniziativa privata: “Non disturbare chi fa”. La responsabilità individuale: “Se non sei disponibile a lavorare con contratto regolare sei libero di farlo ma non puoi pretendere che lo stato ti mantenga”. Sono solo due esempi dei tanti che si potrebbero citare. Sono parole che si possono condividere o meno – e chi scrive le trova spesso condivisibili – ma che indubbiamente suggeriscono agli italiani un immaginario collettivo diverso da quello frequentato negli ultimi tempi. Non è scontato che abbiano un seguito ma, in cento giorni, non è poco.

Nicola Rossi

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Il reddito di cittadinanza ancora banco di prova
Si dice che con il governo Meloni sia tornata la politica. In effetti, della politica c’è il fare a beneficio di telecamere: gli obblighi e le sanzioni a carico dei benzinai sono un attivismo utile a dirottare l’attenzione su una scelta giusta ma impopolare quale è stata l’eliminazione dello sconto sulle accise. Della politica, c’è l’esigenza di dettare un’agenda anche laddove non c’è ancora nulla da dire: dati i pochi margini di manovra economico-finanziaria, a ridosso dell’approvazione della legge di Bilancio Giorgia Meloni ha avviato la narrazione di riforme costituzionali di cui al momento c’è solo un incerto titolo (presidenzialismo? semipresidenzialismo? premierato?). Ancora, c’è l’attendismo sulle questioni più controverse come i bagnini, e al tempo stesso la capacità di assumere decisioni difficili rispetto al riferimento elettorale della coalizione, come nel caso di quota 103 o della riforma del Mes.
Che sia tornata la politica, tuttavia, non significa necessariamente che vi sia un indirizzo politico. Per il momento, l’impressione è che l’attitudine decisionale sia legata a due circostanze: nel caso di questioni ai margini, come la riforma di App18 o la chiusura di It’sArt; o di questioni lasciate in eredità dal governo precedente. Il decreto legislativo sulla non autosufficienza e gli anziani, il decreto appalti, il decreto sui servizi pubblici locali, la legge di bilancio sono stati approvati nel solco di quanto predisposto dal governo Draghi.
C’è un tema che potrà essere un banco di prova: il reddito di cittadinanza. Il governo lo ha sì abrogato, ma a partire dal primo gennaio 2024. Nel frattempo, per il 2023 è riconosciuto per massimo sette mensilità. Il reddito di cittadinanza è stato una misura politica di enorme impatto culturale, prima ancora che economico. Eliminarlo potrebbe quasi costituire da solo un intero programma di governo, esattamente come introdurlo ha segnato la fortuna e la politica del Movimento 5 stelle. Perché accada, serve l’arte di governo, e non solo della politica.

Serena Sileoni

da Il Foglio, 30 gennaio 2023

oggi, 21 Luglio 2024, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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