Alberto Mingardi
Rassegna stampa
24 settembre 2022
Il problema del vincitore, governare e tenere il consenso
Il nuovo governo dovrà giocare sul fronte rimasto ai margini della campagna: quello delle riforme
Dopo il voto. Un approccio manageriale alla politica sembra considerare le «cose da fare» come un catalogo predeterminato e oggettivo e non l’esito di giudizi di valore, di scelte di campo

La principale virtù della democrazia risiede nel rendere quello del politico un lavoro precario. Le decisioni che emergono dal processo democratico sono rinegoziabili: basta attendere l’elezione successiva. Quando però il sistema politico non riesce a prendere decisioni, gli esiti sono paradossali. Nel nostro Paese, per esempio, le elezioni sono diventate straordinariamente prevedibili: vince chi non ha governato prima. L’entusiasmo tende a tramutarsi in disillusione: in buona sostanza, prendere il 30 per cento dei voti è il primo passo verso prenderne il 12.

Se domani gli italiani voteranno come suggeriscono i sondaggi, dalle urne uscirà un vincitore netto, che dal giorno dopo avrà per le mani un problema all’apparenza irrisolvibile: governare e nello stesso tempo conservare il proprio consenso. La situazione nella quale il nuovo esecutivo verrà costituito non è delle più propizie: crisi energetica, inflazione, guerra, un certo scetticismo dei nostri maggiori partner (basti pensare ai siluri lanciati dall’amministrazione Usa) sulla nuova maggioranza sono vincoli potenti, che non potranno essere ignorati.

L’esperienza del centrodestra degli anni passati purtroppo non è d’aiuto. L’onestà intellettuale e il senno di poi dovrebbero farci ammettere che i governi Berlusconi sono innocenti delle nequizie di cui li hanno accusati i più pugnaci detrattori del Cavaliere. Ma, al di là di come abbiano amministrato, sorprende ancor oggi lo iato fra promesse e realizzazioni. In campagna elettorale, il capo di Forza Italia annunciava l’imminente rivoluzione nei rapporti fra cittadino e Stato. L’attività di governo diventava però una guerra di logoramento contro i grand commis della Pubblica amministrazione, condotta con le loro stesse armi. I successi ottenuti in quella guerra, nel migliore dei casi, sono rimasti invisibili all’elettore comune.

Da allora decidere è diventato ancora più difficile: pensiamo a quante volte Parlamento e partiti si sono avvitati, negli ultimi mesi, persino su questioni come le nomine, che sono il sale della loro attività. Ruggini e lungaggini sono ormai talmente emblematiche della nostra democrazia che persino il discorso politico è cambiato. Oggi i nostri politici tendono ad accusarsi meno di aver preso le decisioni sbagliate, che di non essere riusciti a realizzare, per esempio, le opere infrastrutturali che servono all’Italia.

È un approccio manageriale alla politica, che sembra considerare le «cose da fare» come un catalogo predeterminato e oggettivo e non invece l’esito di giudizi di valore, di scelte di campo.

Il prossimo premier dovrà destreggiarsi in una congiuntura complessa, ma non potrà pensare di distinguersi dagli altri per la capacità di «execution». Non solo perché arriva dopo Draghi. Ma perché momenti di tensione e di difficoltà economica chiamano in causa le questioni fondamentali. Vogliamo la sussidiarietà o lo Stato provvidenza? Ci interessa tornare a creare ricchezza o siamo preoccupati del modo in cui viene distribuita?

Il nuovo governo dovrà giocare la carta che in campagna elettorale è rimasta coperta: quella delle riforme. Per riprendere a crescere, non si può più continuare a eludere la necessità di ripulire e semplificare il fisco italiano. Riaffermare e potenziare l’autonomia scolastica, consentendo ai dirigenti scolastici di mettere becco nella scelta del corpo docente, avrebbe effetti sul tasso di crescita più rilevanti di qualsiasi riforma delle spiagge.

Le sconfitte referendarie non possono essere un pretesto per non discutere di riforme istituzionali: ma avendo in testa obiettivi, non solo per alzare bandierine identitarie.

Altrimenti il rischio è quello di non uscire più dallo schema dell’altalena fra il 30 e il 12 per cento. Che è solo un altro sintomo della comprensibile disaffezione delle persone. Le quali votano e partecipano se percepiscono differenze sui valori di fondo, non per scegliere l’autista verso una meta sulla quale non possono mettere becco.

dal Corriere della Sera, 24 settembre 2022