18 Maggio 2026
L'Economia – Corriere della Sera
Alberto Mingardi
Direttore Generale
Argomenti / Economia e Mercato
Che l’Unione europea si trovi a fronteggiare complesse sfide geopolitiche sta diventando un luogo comune. Come tutti i luoghi comuni, almeno nel Vecchio continente, serve a giustificare maggiore spesa pubblica. La proposta di Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 porterà il bilancio dell’Ue all’1,26% del prodotto europeo: il livello più alto mai raggiunto. Il bilancio proposto ammonta a circa 1.763 miliardi di euro a prezzi correnti. Escluso il rimborso del debito contratto con il programma NextGenerationEU, la spesa sale a 1.595 miliardi, un aumento del 32% rispetto al quadro attuale. Per finanziarlo, la Commissione propone circa 58 miliardi di euro annui di nuove entrate, ricavate da una collezione eterogenea di strumenti: una quota delle entrate dell’Ets, i proventi del meccanismo di aggiustamento alla frontiera per il carbonio (Cbam), un contributo delle grandi imprese (il cosiddetto Core), un prelievo sulle accise del tabacco (Tedor) e un prelievo sui rifiuti elettronici non raccolti. È un’insalata mista di basi imponibili, selezionate in base a un vecchio, immortale principio: prendere i soldi dove ci sono e dove si può.
Consideriamo soltanto il prelievo sui rifiuti elettronici. La Commissione lo presenta come incentivo ambientale: chi non raccoglie i rifiuti elettronici paga. Ma se funzionasse davvero — se inducesse comportamenti virtuosi — il gettito collasserebbe. La Commissione stessa proietta entrate fino a 15 miliardi di euro annui: una cifra raggiungibile solo assumendo che il tasso di raccolta rimanga strutturalmente basso per tutta la durata del Qfp. Non è una politica ambientale: è greenwashing fiscale. L’ironia è che il prelievo penalizza in misura maggiore proprio gli Stati membri con le infrastrutture di raccolta meno sviluppate — quelli che più avrebbero bisogno di investimenti, non di sanzioni. Quanto al Tedor, la risorsa propria sulle accise del tabacco, vale la pena ricordare che l’armonizzazione di quelle accise era nata per tutelare il funzionamento del mercato interno, non per creare una base di entrate sovranazionali. Il fatto che una base imponibile sia armonizzata a livello europeo non giustifica, di per sé, che Bruxelles si appropri di una quota del gettito. È un salto logico che la Commissione compie in silenzio, come se l’armonizzazione tecnica implicasse automaticamente una sua competenza tributaria.
Il diavolo, però, non sta solo nei dettagli. Gli impegni assunti con il NextGenerationEU ammontano a circa 800 miliardi di euro, con rimborsi che si estenderanno fino al 2058. Per pagare i debiti occorrono nuove entrate. Per giustificare le nuove entrate si invocano nuove priorità. E così il bilancio cresce, si emette altro debito, si inventano nuove tasse. Il meccanismo si autoalimenta — per inciso, senza che gli elettori si siano mai pronunciati a suo favore.
Tutto questo avviene in un contesto che rende l’operazione ancora più azzardata. Rispondendo su X al Premio Nobel Paul Krugman, l’economista ed ex europarlamentare Luis Garicano notava come, secondo i dati Ocse del 2021, «l’americano mediano guadagna il 30% in più rispetto all’olandese mediano, circa il 31% in più rispetto al tedesco mediano e circa il 52% in più rispetto al francese mediano». Parliamo di reddito al netto delle imposte e dei trasferimenti, adeguato per dimensione familiare e potere d’acquisto. Il divario tra Stati Uniti e Unione Europea si è ampliato nell’arco di vent’anni per i successi americani nell’high tech, che si sono tradotti in maggiore produttività e prezzi più bassi per il consumatore — ma anche per una fiscalità profondamente diversa.
Si parla continuamente di tornare a crescere, e questo dovrebbe giustificare ardite politiche industriali. Nessuna scelta politica può garantire il ritorno alla crescita, ma alcune decisioni possono allontanarci ulteriormente da quell’obiettivo. Ogni euro sottratto al settore privato e consegnato al settore pubblico rende più aleatoria la possibilità di colmare il divario di produttività.
La pressione fiscale nell’Ue si attesta già intorno al 39% del Pil: circa cinque punti percentuali sopra Regno Unito e Giappone, tredici sopra gli Stati Uniti. Aggiungere nuovi prelievi a livello europeo significa spremere ancora di più le famiglie e le imprese più tassate al mondo.
Gli autori di un paper pubblicato da Epicenter — un network di think tank europei — calcolano che un bilancio limitato all’1% del reddito nazionale lordo, circa 1.600 miliardi per il periodo 2028-2034, sarebbe sufficiente per finanziare le funzioni fondamentali dell’Unione. Le entrate aggiuntive programmate da Bruxelles non riflettono un bisogno inevitabile: tradiscono l’obiettivo di ampliare la portata e la scala dell’intervento fiscale europeo.
Oggi, chi sostenga che ciò non sia un bene in sé rischia di finire sul rogo. Ma perché dovrebbe esserlo? Perché un carico fiscale più elevato, nell’Europa di oggi, può rappresentare un vantaggio — per le persone che le tasse le pagano, non per quelle che ne beneficiano?
Guardiamo alla pressione fiscale, non alle parole con cui viene giustificata. Che hanno un che di beffardo. In nome della crescita andremo a sottrarre risorse proprio ai soggetti che potrebbero generarla. Ormai la politica è l’arte di rendere possibile ciò che è paradossale.