2 Marzo 2026
L’Altravoce
Natale D’Amico
Consigliere, Corte dei Conti
Argomenti / Teoria e scienze sociali
Sulla proposta di legge elettorale avanzata dalla maggioranza abbiamo sentito tre esperti con diverse competenze: Natale D’Amico, ex parlamentare e protagonista del movimento referendario degli anni ’90, oggi nel consiglio d’indirizzo dell’Istituto Bruno Leoni; Roberto D’Alimonte, politologo dell’Università Luiss di Roma ed esperto di sistemi elettorali; Francesco Clementi, docente di diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma.
La bozza prevede l’abolizione del collegio uninominale ma non il ritorno del voto di preferenza. Che ne pensate?
D’Amico. «È un accordo collusivo tra le segreterie dei partiti che hanno bisogno di controllare i loro gruppi parlamentari: così scelgono uno per uno i candidati. Del resto, il voto di preferenza aumenterebbe il mercato del voto e il potere dei piccoli gruppi concentrati. Nei paesi liberaldemocratici più avanzati lo strumento per consentire agli elettori di scegliere direttamente il parlamentare è il collegio uninominale: eliminarlo è una delle cose più negative di questa proposta».
D’Alimonte. «Con la disaffezione che c’è, togliere sia i collegi che le preferenze è una mossa azzardata: così si perde il rapporto tra cittadini ed eletti. Sarebbe stato meglio aumentare i collegi uninominali ma questo non piace a nessuno».
Clementi. «L’abolizione dei collegi uninominali mira ad evitare i rischi di uno stallo assai probabile, specie in un bicameralismo paritario. La mancata reintroduzione delle preferenze evita di accentuare la personalizzazione del confronto, di promuovere percorsi verso costi opachi e di alimentare la frammentazione tra candidati degli stessi partiti. Il nodo è piuttosto rafforzare meccanismi democratici interni (primarie, statuti vincolanti, limiti di mandato), evitando sia oligarchie sia mercati del voto».
Il premio di maggioranza è eccessivo? Mette a rischio il principio della rappresentatività?
D’Amico. «Il parlamento serve per fare le leggi, non per fotografare il corpo elettorale. Lo strumento più semplice per garantire una maggioranza certa è il collegio uninominale: meccanismo usato nei paesi anglosassoni e in Francia, mentre in Spagna ci sono collegi plurinominali molto piccoli che hanno lo stesso effetto. Il premio di maggioranza non è scandaloso ma è sempre artificioso».
D’Alimonte. «Non vedo bene questo premio di maggioranza. Nelle leggi regionali e nella vecchia legge Calderoli il premio era variabile, ora è diventato fisso e predeterminato: questa modalità di assegnazione del premio porta problemi».
Clementi. «Il rischio di un premio eccessivo è reale. Un tetto oltre il 55% dei seggi potrebbe comprimere il pluralismo e alterare l’equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Come ha già chiarito la Corte costituzionale, il premio è legittimo solo se proporzionato e ancorato a una soglia significativa. Senza una soglia adeguata o con una distorsione troppo ampia, potrebbe intervenire. Alternative? Un premio più contenuto, una soglia più alta per ottenerlo (tra il 40 e il 45%), oppure un ballottaggio ben regolato tra le prime due coalizioni, non invece il pasticcio irrazionale che sembra emergere da questo testo».
La soglia di sbarramento resta fissa al 3% per chi va da solo, al 10% per le coalizioni. Troppo o troppo poco?
D’Amico. «Gli estensori della proposta si richiamano al proporzionalismo della Prima Repubblica, che porta con sé il problema della frammentazione. Un pasticcio che correggi con le soglie di sbarramento che danno un effetto maggioritario. Le soglie scelte sembrano ragionevoli così come è ragionevole consentire una presenza in parlamento a formazioni minori come quelle di Calenda e Marattin».
D’Alimonte. «Avrei preferito una soglia più alta. Ma i partiti fanno le riforme a proprio uso e consumo».
Clementi. «La soglia è in linea con esperienze europee. Né irrisoria né proibitiva. Può mettere in difficoltà formazioni centriste se non riescono a radicarsi stabilmente, ma evita frammentazioni eccessive. Per movimenti populisti personali, la soglia può costituire un filtro, ma non una barriera invalicabile se esiste un consenso reale».
Il ballottaggio tra coalizioni è una soluzione funzionale, così come è regolata?
D’Amico. «I sistemi proporzionali non determinano stabilità di governo. Nella Prima Repubblica la stabilità era garantita dal fatto che i comunisti non potevano andare al potere. Il ballottaggio è un sistema correttivo, ma pone problemi. È congegnato male e potrebbe non scattare, ma così non serve a nulla. Potrebbe dare risultati diversi tra Camera e Senato. Infine, la legge non chiarisce se tra il primo e il secondo turno è possibile fare nuovi collegamenti tra le forze politiche: in tal caso le terze forze potrebbero esercitare un’influenza sul governo. In via di principio, il ballottaggio aiuta a creare una convergenza verso il centro, come succede in Francia, ma così concepito c’è il rischio di un blocco del sistema».
D’Alimonte. «È un ballottaggio fasullo. Funziona se le due coalizioni stanno entrambe tra il 35% e il 40%. Ma se una arriva al 39 e l’altra al 34 non si va al ballottaggio: il sistema non è più maggioritario e i seggi sono tutti assegnati in modo proporzionale. Un’assurdità che crea tanti problemi. Inoltre, se una coalizione vince e ottiene il premio con il 40% non hai certezza di maggioranza solida. Il meccanismo non garantisce la governabilità. Così si crea un incentivo a fare governi dopo il voto con le terze forze che diventano pivotali: così non va bene. Aggiungo che, se si farà la riforma del premierato sarà necessario rifare daccapo la legge elettorale: sarebbe scandaloso».
Clementi. «Il ballottaggio tra il 35 e il 40% può essere funzionale se serve a rafforzare la legittimazione della coalizione vincente. Peraltro, in un sistema bipolare e con doppia fiducia, il premio dovrebbe essere ancorato a un secondo turno chiaro tra le prime due coalizioni. Può aumentare la polarizzazione, ma anche responsabilizzare le forze in campo. Le terze forze potrebbero essere penalizzate in termini di seggi, ma valorizzate come potenziali alleati tra primo e secondo turno. Di certo, serve un premio che, anche in tal caso arrivi al 55%, tenga assieme, collegandoli, i due risultati di Camera e Senato. Altrimenti, se il premio non serve a dare governabilità ma ad aumentare l’entropia politica — come emerge dall’irrazionalità dello schema proposto sul ballottaggio — non serve neanche prevedere alcun premio».
La mancata indicazione del candidato premier nella scheda è un pregio o un difetto?
D’Amico. «È una tragedia. La legge proporzionale con premio di maggioranza assomiglia a quella delle Regioni, ma queste godono di grande stabilità grazie al fatto che il governatore ha il potere di sciogliere il consiglio regionale. Qui invece il premier non ha potere di scioglimento delle Camere: pertanto una esplicita indicazione popolare sarebbe utile per avere legittimazione e dunque stabilità».
D’Alimonte. «Per me è un elemento marginale. Certo che indicarlo avrebbe dato un vantaggio a Meloni».
Clementi. «L’indicazione può rafforzare il principio del “cittadino arbitro” se sostenuta da procedure trasparenti di selezione, ossia delle vere primarie. Ma, senza queste garanzie, rischia di essere solo un’operazione simbolica. La scelta di non inserirla evita personalizzazioni eccessive, ma rinuncia a un elemento di chiarezza, che tuttavia la realtà della campagna elettorale porrà negli occhi degli elettori, non da ultimo perché va comunque messo nel programma elettorale. La coerenza tra regole elettorali e dinamiche partitiche resta decisiva. Non prevederlo tradisce un’ipocrisia di fondo che a me non convince».
La riforma chi avvantaggia davvero? Più la destra o la sinistra?
D’Amico. «Gli elettori del centrodestra sono abituati a trasferire il loro voto sul candidato di tutti: c’è maggiore mobilità interna. Nel centrosinistra c’è maggiore insofferenza a votare per altri. Così, togliere i collegi uninominali è un favore al centrosinistra. Inoltre, il centrodestra ha un leader chiaro, il centrosinistra no: se nascondi il candidato premier fai un altro favore al centrosinistra. L’opposizione strepita, ma è solo una finta perché sa che la legge la favorisce».
D’Alimonte. «Con l’attuale sistema elettorale Meloni non è certa di vincere. Con la riforma pensa di avere più chance. Ha ragione: con il Rosatellum, la sinistra, se fa un accordo serio, avrebbe qualche chance in più nei collegi uninominali al sud. Con questo progetto di riforma se non hai i voti non vinci. E adesso i sondaggi danno avanti il centrodestra».
Clementi. «La riforma non sembra costruita su misura per una parte politica, ma per favorire coalizioni coese e competitive, e per evitare un probabile pareggio che sarebbe poco gestibile. La logica è incentivare aggregazioni pre-elettorali solide, premiando chi riesce a presentarsi come alternativa per formare un governo credibile. Più che destra o sinistra, avvantaggia chi sa costruire una coalizione coerente e competitiva».