Più mercato contro il calo iscritti negli atenei

Università in calo di iscritti: regolazione e statizzazione limitano innovazione e concorrenza, penalizzando studenti e atenei

16 Marzo 2026

Il Tempo

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Politiche pubbliche

I dati del ministero dell’università sono tanto chiari quanto preoccupanti: in un’Italia che già prima aveva un basso numero di laureati (solo la Romania è messa peggio) l’ultimo anno segnala perfino una riduzione degli iscritti ai corsi universitari (-3,3%). La situazione è ancora peggiore per l’area tecnico-scientifica, dato che abbiamo ben pochi giovani che si orientano verso ingegneria, fisica e via dicendo.

Le ragioni di questo arretramento delle iscrizioni possono essere molte: dal calo demografico all’impoverimento di tanti. Certo è vero che nel suo insieme per molti giovani gli atenei italiani non appaiono più lo strumento migliore per costruire formazione e futuro lavorativo.

Una cosa è ben chiara: l’università è malata. La statizzazione del mondo accademico — anche nelle sue componenti private, dato che la regolazione non risparmia nessuno — ha reso gli atenei apparati autoreferenziali: non soltanto culturalmente schierati a difesa di un generico progressismo woke, ma anche privi di quella libertà d’iniziativa che, sul mercato, permette alle altre imprese di fare tutto il possibile per soddisfare i consumatori.

Bisognerebbe allora superare l’idea che spetti ai poteri pubblici controllare le attività di alta educazione e ricerca, abbandonando pure quella programmazione triennale secondo cui, ad esempio, si possono aprire corsi solo se essi sono giudicati «sostenibili», se sono coerenti con la strategia nazionale e se non duplicano corsi esistenti. Tutto ciò limita la capacità delle singole università di rispondere alle esigenze della società italiana.

Per giunta c’è una parte del mondo universitario (grosso modo il 15%) che non pesa sui contribuenti e che pure viene più volte osteggiata dalla normativa. Si tratta di quell’insieme di atenei online che s’indirizzano soprattutto ai lavoratori e che grazie al loro lavoro (video, dispense, slides, domande di autovalutazione) permettono a tanti giovani di coniugare studio e lavoro.

Sembra ora che gli studenti di queste ultime università potrebbero perdere la possibilità di fare gli esami online. È un paradosso, ma si vuole che gli iscritti alle università telematiche diano i loro esami in presenza: anche se vivono all’estero o in località remote. Com’è evidente, questo rischia di allontanare molti da tale realtà innovativa, ostacolando lo sviluppo delle università più aperte alla telematica e all’intelligenza artificiale.

Se il mondo universitario perde iscritti, allora, le ragioni sono molte. Certamente, però, una causa fondamentale è da trovare nella mancanza di libertà e nell’ossessione per la regolazione.

C’è allora bisogno di un cambio di paradigma, che allontani le università dalla politica, così che gli atenei possano essere sempre più vicine agli studenti e alle loro esigenze.

oggi, 16 Marzo 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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