Piccoli decimali debiti giganti

Bruxelles ci fa i conti in tasca, ma l'invito a spendere meno va preso sul serio. Perché non tutti i numeri sono bugiardi e lo spread non è una chimera. Serve più crescita e meno assistenzialismo

13 Dicembre 2018

Tempi

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Da tempo sembriamo prigionieri di minuscole cifre. Seguendo la cronaca di queste settimane pare che qualche decimale di deficit in più o la previsione di qualche frazione di crescita in meno possano condannarci a un destino miserabile.  Legittimamente, il lettore può essere perplesso di fronte a ciò. Questo spiega perché appaiono efficaci gli esponenti di governo quando rigettano le richieste della Ue ed esigono che si rispetti un esecutivo sorretto da una larga maggioranza. Luigi Di Maio e Matteo Salvini ripetono di continuo che, volendo non farci spendere, gli euroburocrati rischiano di condurci nel burrone. La loro tesi, assai discutibile, è che la crescita a venire dipenda dall’entità della spesa pubblica. 
 È vero che con i numeri si può affermare qualunque cosa. Con inimitabile humour britannico, fu Benjamín Disraeli a sostenere che vi sono tre tipi di bugie: «Le bugie, le dannate bugie e le statistiche». L’apparente esattezza delle cifre può essere retoricamente piegata a sostegno di qualunque tesi: anche la più indifendibile. Eppure dietro i conti che contrappongono Roma e Bruxelles c’è qualcosa di reale che deve inquietarci. 
 In primo luogo, una cosa sono le semplici previsioni di crescita e altri simili sprechi di inchiostro (basati sull’illusione che si possa prevedere il futuro), e tutt’altra cosa sono i dati che si limitano a descrivere un passato di indebitamenti progressivi. Se ci sono numeri che possono essere manipolati a piacere, altri non lo sono. Conosciamo bene l’entità dei nostri titoli di Stato in giro per il mondo e i loro titolari sono creditori che avanzano concrete pretese. Lo spread non è l’ossessione dei cultori di temi finanziari, ma un dato che ci aiuta a sapere quanta ricchezza lo Stato dovrà sottrarre a redditi e capitali. 
 Per giunta, se Bruxelles s’immischia nelle cose nostrane e irrita la suscettibilità di chi interpreta la parte del nazionalista ferito nell’onore è perché l’Italia non soltanto è parte dell’Unione, ma ha pure aderito all’euro. Fu un errore dare vita alla moneta comune? Probabilmente sì: fu un errore gravissimo, dato che si è ridotta la concorrenza monetaria e si sono poste le premesse per una crescente conflittualità tra i membri dell’eurozona (come già aveva profetizzato Hayek nel 1976). Chi come l’Italia ha largamente goduto di tassi d’interesse tenuti artificialmente bassi suscita, però, una comprensibile irritazione in tutta Europa quando si rifiuta di riconoscere le regole che ha liberamente deciso di rispettare e gli impegni che dovrebbe onorare. L’euro è una moneta fiduciaria, senza alcun corrispettivo in oro: per questo trae valore solo dal credito che riscuote. Proprio per difendere la fiducia in questa valuta quanti l’hanno creata hanno pensato di vincolare i bilanci dei paesi membri al rispetto di taluni criteri. Se chi governa l’Austria ci chiede di adottare una condotta finanziaria meno allegra è perché, sovranista quanto Salvini e Meloni, difende i propri interessi e quindi si preoccupa del destino dell’euro. E l’Italia è sul banco degli imputati in primo luogo in ragione di un debito di Stato che non sa e non vuole contenere. 
 È vero che quasi tutti i paesi europei sono indebitati, ma la massa dei titoli di Stato italiani è tale che tutte le economie europee possono patire gravi conseguenze da questa situazione. Gli altri, insomma, non vogliono immischiarsi nei nostri affari: semmai, si preoccupano dei loro. 

Quei 2.350 miliardi 
È per giunta doveroso porsi qualche interrogativo di ordine etico, anche prescindendo da quanto ci chiedono gli altri membri dell’eurozona. Se infatti il debito privato ha una sua logica (quando voglio comprare una casa, ad esempio, m’indebito e offro il mio reddito e l’abitazione stessa a garanzia del fatto che pagherò), il debito pubblico è qualcosa d’intrinsecamente immorale e, oltre a ciò, profondamente antigiuridico. È come se entrassi in una concessionaria e ne uscissi al volante di una vettura dopo aver indebitato un mio collega d’università. Quando abbiamo un debito pubblico, qualcuno (la classe politica) carica di un onere qualcun altro (i cittadini, compresi quelli non ancora nati). 
 Per di più, il debito non è soltanto inaccettabile sul piano morale: è anche disastroso dal punto di vista economico. Lo attesta il Giappone, che non cresce da decenni, ma lo dimostrano pure i moltissimi paesi che nel corso del Novecento hanno fatto bancarotta e quasi sempre hanno “risolto” tutto ricorrendo all’inflazione. In sostanza, togliendo risorse a chi aveva risparmiato e facendo cartastraccia dei loro soldi. Spesso i numeri descrivono malamente la realtà ed è bene essere scettici di fronte a molta retorica basata sulle cifre: perché i dati sono importanti, ma bisogna pure saperli leggere. In altri casi, però, essi sono solo la nostra storia. Quei 2.350 miliardi che compongono il debito pubblico non sono un’astrazione: si tratta invece di una mostruosità che si traduce quotidianamente in pena e sofferenza, anche perché ad essa si assomma un debito pensionistico analogamente gigantesco che la revisione della Fornero aggraverà ulteriormente. 
 Il debito soffoca la nostra economia giorno dopo giorno. Poiché si ritiene e si potrebbe molto discutere al riguardo che un debito pubblico debba essere onorato esattamente come va rispettato un impegno privato, si espropria quanti lavorano con la tassazione non per dare loro servizi, ma solo per pagare gli interessi a quanti hanno acquistato i titoli di Stato. Oltre a ciò, poiché nei decenni passati non si sono accantonati i versamenti previdenziali dei lavoratori, oggi si colpiscono duramente i giovani, costretti a finanziare le pensioni (talora pure modeste) di quanti sono troppo anziani per recarsi in fabbrica o in ufficio. Se tanti giovani italiani sono a Londra e Berlino, il motivo è chiaro a tutti. 
 Non c’è allora da sorprendersi se in Europa ci fanno i conti in tasca e parlano il linguaggio dei numeri frazionari. Se con questo esecutivo siamo disposti a interpretare la parte di un immenso Mezzogiorno, non è detto che a Berlino, Stoccolma e Praga siano disposti a interpretare il ruolo del somaro lombardo che paga e tace. Gli europei del Nord hanno capito che l’allegra brigata gialloverde gioca sporco quando spende e spande nelle lande mediterranee, in perfetta continuità con il passato e contando sulla redistribuzione delle politiche monetarie. Ci tirano per la giacchetta ed è facile capire il perché. Non a caso, in Germania qualche anno fa è nato un partito di destra radicale, Alternative für Deutschland, e i suoi primi successi elettorali sono venuti proprio dalla diffusa frustrazione di quanti vedono i loro risparmi fruttare poco o nulla: a causa di una politica della Bce che favorisce un Sud Europa indebitato che, ormai, è soprattutto italiano. Per giunta, gli anni di Mario Draghi e del suo quantitative easing stanno finendo e chi verrà dopo di lui molto difficilmente continuerà a usare la manipolazione della moneta per venire in soccorso degli ultimi della classe. 
 I tedeschi sono stanchi di aiutarci ed è facile comprenderli. Al di là di questo, noi stessi dovremmo capire che la strada di un’espansione crescente della politica e della spesa pubblica conduce verso una società di parassiti, da un lato, everso l’impossibilità di avere un futuro, dall’altro. 

Soluzioni facili? 
Sul piano economico, ha ragione chi invita a tenere in considerazione la lezione che ci arriva da Bruxelles. Oggi più che mai gli eurocrati appaiono ridicoli: mezze figure che cercano di difendere un sistema concepito male e gestito ancor peggio. Eppure il loro invito a spendere meno andrebbe ascoltato. Non per salvare l’euro, ma per provare a proteggere noi stessi. 
 Il guaio è che, almeno per un po’, lo scontro che domina la scena è tra un’Europa perdente, chiusa entro logiche tecnocratiche, e un arcipelago di nuovi nazionalismi vincenti, capaci di parlare alla pancia di questo Vecchio Continente sempre più stanco e sempre meno intraprendente. Quando i gialloverdi prendono le distanze da quello zero virgola qualcosa che ossessiona l’Europa, essi sanno mettersi in sintonia con gli umori della gente comune. Oggi si pretendono soluzioni facili e a Roma il governo è pronto a darne. E se c’è la povertà, la soluzione è individuata nel reddito di inclusione (magari arricchito da qualche pezzullo di terra vergine da destinare a chi mette al mondo un terzo figlio). Infine si punta su nuove regole e su altri investimenti pubblici: ad esempio in infrastrutture. E d’altra parte in Italia la contrapposizione è tra quanti vanno a Bruxelles per rivendicare la facoltà di poter spendere di più e chi, sull’altro fronte, difende a Torino una Tav che costerà uno sproposito senza che nessuno ci abbia spiegato se il gioco vale la candela. Tutti vogliono usare i soldi altrui e la contrapposizione è più retorica che reale. In fondo, il reddito regalato dal “populista” Di Maio è figlio degli 80 euro dell'”europeista” Renzi. Le due Italie si assomigliano, anche se nessuno vuole ammetterlo. 

Una strada lunga 
È comunque probabile che non sia l’Europa a mettere fuori gioco gli apprendisti stregoni al governo. I dioscuri che scherzano sulle cifre del debito e sui valori dello spread, ignorando la gravità della rapina fiscale e della disoccupazione (specie al Sud), hanno poco da temere da Jean-Paul Juncker e anche da chi ne prenderà il posto. Quando la politica si riduce ad alcuni scatti in Instagram, è normale che volti, esperienze e sofferenze cedano il passo a una costruzione mediatica della realtà che occulta i problemi. Dietro ai numeri del debito, però, ci sono persone in carne e ossa che rischiano di avviarsi verso un futuro assai triste. 
 Tra poco, questa fanatica volontà di spendere come se fossimo ancora negli anni Sessanta eredi di un quindicennio di solida crescita darà i suoi frutti: velenosissimi. Sul lungo termine le rappresentazioni non riusciranno a oscurare i fatti. Quanti hanno gestito la rabbia saranno vittima della medesima insofferenza. Chi verrà dopo? Quali soggetti sapranno cogliere la finestra di opportunità che fatalmente potrà aprirsi? È impossibile rispondere. Difficilmente saranno le forze della Prima o della Seconda Repubblica, neppure ridipinte. 
 Probabilmente avremmo bisogno di confrontarci con numeri molto più piccoli: localizzando le decisioni, la previdenza, la tassazione, la regolazione, lo stesso debito, e responsabilizzando tutti noi molto di più. È una strada lunga, ma non ce n’è un’altra. 

Da Tempi, Mercoledì 13 Dicembre 2018

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