A poco più di dieci anni dalla sua nascita, dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sembra già impossibile fare a meno, grazie alle sue puntuali analisi e verifiche sulla finanza pubblica. Nato su impulso europeo, l’Ufficio rappresenta forse il miglior esempio di come il parlamento possa – e debba – trasformarsi da organo prettamente legislativo a organo di indirizzo e controllo.
Per esempio, il Rapporto sulla politica di bilancio 2026 appena presentato offre una ricca valutazione macroeconomica dell’Italia e dei conti pubblici. L’analisi conferma le impressioni favorevoli sulla capacità di consolidamento fiscale del Paese: un giudizio che acquista ancora più valore proprio perché arriva da un organismo indipendente e terzo rispetto al governo.
Secondo il Rapporto, nonostante il deterioramento del quadro macroeconomico, gli shock esogeni come i dazi, il conflitto in Medio Oriente e l’aumento della spesa per interessi, il quadro tendenziale della finanza pubblica continua a mostrare un miglioramento. I progressi si registrano su tutti i principali fronti: dalla riduzione del debito alla tenuta del deficit, fino al controllo della traiettoria di spesa e al progressivo miglioramento del saldo primario.
Certo l’economia italiana resta particolarmente esposta ai fattori di rischio esterni e alle turbolenze internazionali a causa delle sue note fragilità intrinseche, a partire proprio dal livello del debito e dalla qualità e composizione della spesa pubblica. Ma l’atteggiamento prudenziale difeso dal Ministero dell’economia ha consentito di tenere a bada i conti in anni in cui non sono mancate sorprese negative. Se la prudenza è generalmente riconosciuta al ministro Giorgetti, al governo viene però rimproverato con sempre maggior insistenza di non aver fatto altro che tenere i conti in ordine. Eppure, accrescere la solidità finanziaria non è affatto poco. Consente una maggiore credibilità non solo in politica, ma anche presso quei mercati che finanziano il debito pubblico e da cui dipende in parte l’andamento della spesa per interessi.
Naturalmente si può fare sempre meglio. Nel presentare il rapporto alla Camera, la presidente dell’Upb Lilia Cavallari ha sollevato almeno due punti critici: con l’ultima manovra, il prelievo fiscale è aumentato per le imprese (mentre è diminuito per le famiglie), ma soprattutto le misure sul lato fiscale hanno risposto a esigenze tipicamente emergenziali allontanando il ridisegno del carico impositivo dalla necessaria equità orizzontale e complicando sempre più il sistema fiscale per le imprese.
Assegnare al sistema fiscale obiettivi settoriali e redistributivi rischia di essere solo una fonte di complicazione e di disincentivo all’iniziativa economica. I soldi pubblici, insomma, non sono tutto per la crescita, anzi. Una conferma verrà probabilmente dal PNRR. Il suo lascito più importante, sottolineato anche dal Rapporto dell’Upb, potrebbe rivelarsi non sul lato degli investimenti economici e delle infrastrutture fisiche, ma su quello delle innovazioni organizzative della pubblica amministrazione. Il sistema di attuazione e monitoraggio del Piano è stato qualcosa di nuovo per la PA italiana e ha rappresentato una spinta, se non un obbligo, a cambiare il modo di organizzare il suo lavoro. È possibile che negli anni a venire valuteremo gli effetti positivi del PNRR non tanto in termini strettamente finanziari, quanto piuttosto in termini amministrativi, per lo stimolo a un “fare” della pubblica amministrazione legato a un monitoraggio cadenzato dell’azione amministrativa e alla verifica dei risultati, anziché ai soldi spesi. Sarebbe già solo questo, per l’Italia, la più importante tra le riforme della PA mai realizzate.