Perché bisognerebbe liberalizzare la scelta di fare la terza dose

Non è mai troppo tardi per trattare i cittadini da adulti responsabili

30 Settembre 2021

Linkiesta

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Il principale argomento dei no vax o esitanti, usato soprattutto da quelli più informati, è che i vaccini anti-Covid-19 non proteggono contro l’infezione e non si sa neppure quanto a lungo duri l’immunità che conferiscono. Apparentemente meno di un anno per i vaccini a due dosi, anche se con una certa variabilità, per cui si spera che una terza susciti una memoria a più lungo termine. I primi per i quali ci si augura che questo avvenga sono le persone con il sistema immunitario indebolito e gli operatori sanitari, che tuttavia non hanno caratteristiche biologiche che li rendano, ipso facto, i candidati più promettenti.

Nell’immaginario meccanicista, semplificato e deterministico a cui ricorriamo intuitivamente tutti nella speranza che un problema o una minaccia siano gestibili, tendiamo a credere che come nel cartone animato di una famosa serie educativa francese sul corpo umano (Siamo fatti così), il sistema immunitario di ognuno di noi sia organizzato come un esercito efficiente e standardizzato di fronte alla pandemia e alla campagna di vaccinazione. Per cui quando attraverso il vaccino arriva l’informazione sulle caratteristiche del coronavirus da usare per riconoscerlo, le truppe potranno attrezzarsi nel modo ottimale producendo gli anticorpi specifici e le cellule della memoria. E ciò dovrebbe avvenire precisamente allo stesso modo in ogni persona.

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