Purtroppo il nome di Sergio Ricossa (1927-2016) non circola quanto dovrebbe. Ovviamente non nei dipartimenti di economia e scienze politiche, men che meno viene ricordato sui quotidiani (salvo qualche rara eccezione). Eppure si tratta di un economista e un divulgatore di idee che ha lasciato molto di prezioso. Pensiamo a Straborghese e I fuochisti della vaporiera, che l’Istituto Bruno Leoni ha ristampato anni fa.
Ma anche a una serie di titoli che si possono trovare nel catalogo Rubbettino: da La fine dell’economia. Saggio sulla perfezione — un autentico classico contro la hybris del perfettismo dell’economia moderna — a Maledetti economisti, Manuale di sopravvivenza a uso degli italiani onesti, Come si manda in rovina un Paese e altri ancora.
Fra i meriti di Ricossa ci fu quello indiscutibile di parlare chiaro — quando le discipline contemporanee (economia e non solo) invece di spiegare sembravano (sembrano tuttora) trovare piacere nel complicare la realtà — e di diffondere il pensiero liberale, soprattutto tramite le collaborazioni giornalistiche (su tutte quella a il Giornale). Oltre a ciò, il docente di Politica economica e finanziaria dell’Università di Torino riusciva a pubblicare volumi allo stesso tempo per un pubblico più ampio (quello non specialista) e un po’ più ristretto (gli studenti di economia: magari averlo avuto prima a disposizione!).
È il caso di Cento trame di classici dell’economia, pubblicato nel 1991 da Rizzoli e, di recente ripubblicato da Liberilibri, per la cura di Carlo Stagnaro, con un titolo parzialmente diverso (che riprende l’edizione Bompiani del 1998) e un ampliamento del contenuto. I grandi classici dell’economia, questa la nuova denominazione, si amplia infatti di ulteriori 33 voci di autori aggiunti dal curatore per dare conto degli economisti più recenti non considerati da Ricossa: per intenderci, da Friedrich von Hayek (del quale era pressoché totalmente simpatetico) ad Alberto Alesina.
La selezione effettuata da Ricossa è ampia; la trattazione, evidentemente, risente del suo (buon) gusto liberale: lo dice lui stesso nell’introduzione. Se l’economista parte dall’antica Grecia, mostrando come al tempo il concetto di economia fosse ben diverso da quello odierno — l’amministrazione della casa, in soldoni: tutto ciò che riguardava l’attività commerciale e materiale veniva concepito come qualcosa di secondo o terzo ordine — è però con Adam Smith che si arriva al fulcro del volume. È infatti con lo scozzese che ha inizio l’economia politica e che, come riteneva anche Ricossa, economia e filosofia si tengono insieme: in tale ottica la Teoria dei sentimenti morali non va assolutamente concepita come alternativa a La ricchezza delle nazioni.
Ma non ci sarebbe stato Smith senza Bernard de Mandeville, al quale pure Ricossa dedica pagine importanti: con la sua La favola delle api l’autore olandese ha elaborato «in nuce una teoria politica, che distingue tra come governare le piccole comunità omogenee e come governare le grandi società aperte». Non solo. Da Mandeville abbiamo ereditato l’idea che da «vizi privati» possano originare «pubblici benefici»: di conseguenza, che le azioni intenzionali di un individuo, intrecciandosi con quelle altrui, possano dare vita a esiti imprevisti e imprevedibili. Uno dei motivi per cui abbiamo bisogno della libertà.
Un altro passaggio fondamentale, tra i molti altri ovviamente, è quello del marginalismo austriaco. Ricossa insiste su un punto che ancora oggi si fatica a comprendere appieno e cioè che la scuola neoclassica è tutt’altro che monolitica. Léon Walras, William Jevons e Carl Menger aprono strade diverse. Proprio quest’ultimo ha originato quella Scuola austriaca — che giungerà poi fino a Ludwig von Mises e Hayek — per la quale il valore di un prodotto dipende certo dall’utilità soggettiva, ma soprattutto la realtà non è fissa, l’equilibrio non è statico e dunque risulta cruciale la componente “tempo”. Cosa si studia all’università? Non la Scuola austriaca, ovviamente.