Pareto parla AI gatti e (forse) noi capiamo

Un testo curioso e affascinante di uno degli intellettuali italiani purtroppo più misconosciuti

14 Settembre 2026

Domenica – Il Sole 24 Ore

Giuseppe Sciortino

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Vilfredo Pareto (1848-1923) amava i gatti. Dato che le foto di gattini competono sui social network con le mirabolanti ricette per dimagrire, sembra banale. Invece è un dettaglio importante per capire il personaggio, e il libro qui recensito.

Vilfredo Pareto è stato uno dei più importanti intellettuali italiani di fine Ottocento e inizio Novecento. Ha giocato un ruolo importante nella nascita dell’economia neoclassica. È nello sparuto gruppo dei fondatori della sociologia. Ha dato qualche contributo alla statistica. Il concetto di «Pareto-ottimale» si ritrova persino nei manuali di corteggiamento. La sua analisi delle élite è divenuta (dopo essere stata adeguatamente stravolta) senso comune.

Eppure, è anche uno degli intellettuali italiani più scientemente dimenticati. Le sue opere complete esistono in francese ma non in italiano. Si dice che tale oblio sia dovuto alla sua non-ostilità al fascismo, nonché all’amicizia con lo stesso Mussolini, che aveva conosciuto come suo studente. Spiegazione non particolarmente convincente, visto quanto è stato perdonato ad altri.

È più probabile che Pareto sia sostanzialmente scomparso dalla cultura italiana postbellica perché ortogonale rispetto ad alcune delle sue premesse più diffuse. In primo luogo, ed è già cosa rara, Pareto era un vero liberale in economia. Sempre pronto a dimostrare, dati alla mano, come l’intervento politico nelle dinamiche economiche, soprattutto se ammantato di nobili principi, è sempre in realtà un favore ai forti a danno dei deboli (cosa avrebbe scritto del superbonus?). Nell’analisi politica, è stato decisamente un solitario. Nel nostro paese, criticare la politica è un dovere, ma sempre in nome di una palingenesi futura. Per Pareto, quest’ultima è semplicemente esclusa. La stessa società civile non ha alcuna virtù: solo un costante gioco reciproco a illudersi ed essere illusi. Riformatori, rivoluzionari, attivisti civici e intellettuali impegnati: questi i suoi principali oggetti di scorno. I suoi eroi sono i pochi capaci di agire senza raccontarsela. Quello che rende Pareto unico, e forse indigeribile, è proprio questa ossessione per disvelare la realtà delle dinamiche sociali nascosta dietro le illusioni, senza tuttavia nutrire alcuna speranza (e forse, desiderio) che questo disvelamento possa cambiare qualcosa. Si aggiunga una prosa sulfurea (e non di rado misogina) e una certa incontinenza nella scrittura. L’essere dimenticati certe volte uno se lo vuole.

Però resta comunque un peccato, come questo libro giustamente ci ricorda. E qui entra in gioco l’amore di Pareto per gli animali, ed in particolare, per i gatti. Perché sono proprio i suoi gatti gli interlocutori e i destinatari di questo diario scritto verso il finire del primo conflitto mondiale, nel 1918. Ai gatti cerca di spiegare le sue analisi, coi gatti si lamenta dell’erosione bellica del proprio patrimonio.

È un simpatico teatrino, da cui si imparano molte cose sul primo conflitto bellico ma anche sull’approccio di Pareto, nonché sull’importanza di avere i gatti come proprio modello.

Nel finto diario, Pareto sfoga la propria opposizione al conflitto. Come tutti i veri liberali dell’epoca, Pareto vedeva nelle spese militari solo uno dei tanti soprusi che gli stati commettono nei confronti dei contribuenti. Nel diario, le armi, le morti, le distruzioni restano sullo sfondo. Così come la questione di chi abbia ragione o torto (anche se Pareto non nasconde una certa antipatia per gli imperi centrali). Nel diario è anche chiara la connessione tra guerra e nazionalizzazione delle classi operaie, tra warfare e welfare.

Quello che veramente affascina Pareto, tuttavia, è la produzione di frottole sesquipedali che la guerra moderna richiede. La guerra di massa non può funzionare senza una costante e pervasivi opera di produzione di argomentazioni fallaci, di falsi moralismi. L’intero testo trasuda dello stupore dell’autore per la facilità con la quale gli uomini credono ad argomentazioni scadenti. È questo stupore è il vero oggetto del suo Trattato di sociologia, pubblicato pochi anni prima. Com’è che i lupi riescono così facilmente a fare credere agli agnelli che essere mangiati sia una bella cosa? Con queste domande, non stupisce che Pareto pensi che i gatti – intelligenti senza ipocrisie, pigri e riflessivi, onestamente egoisti – siano i destinatari del suo diario. Sono quello che lui avrebbe voluto gli esseri umani fossero.

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