Ginevra 1918, il sociologo scriveva un diario indirizzato ai mici Timoteo e Mirrina sulla propaganda bellicista.
Se qualcuno ci dice “Timoteo”, stiamone certi: la nostra memoria correrà indietro nel tempo fino al I secolo d.C. e lì resusciterà gli spiriti del discepolo di Paolo di Tarso. Se però quella stessa persona combina in unità Timoteo e “Mirrina”, allora è altrettanto sicuro che tutti scuoteranno il capo, ignorando il perché di questo curioso connubio. Tutti, beninteso, che ancora non conoscono il Diario che dal 4 aprile al 18 maggio del 1918 fu scritto da Vilfredo Pareto il quale, sprofondato nell’acre ebbrezza del nulla, agli umani anteponeva ormai la compagnia dei suoi mici/amici.
Ecco: Timoteo e Mirrina sono i due gatti d’Angora ai quali Pareto consegnò i suoi pensieri in una gustosissima interlocuzione dialettica che viene adesso riproposta dalle cure di Alberto Mingardi la cui postfazione piace segnalare qui per il lusso dei particolari, l’equilibrio dei giudizi e la levità dello stile: insomma una vera festa dell’intelligenza. Come del resto si conviene ad un gigante del pensiero che, consensi o dissensi a parte, si sollevò con un poderoso colpo d’ala su molti dei suoi contemporanei (e anche su tanti di coloro che lo seguirono). E proprio perché è un gigante, non ha punto bisogno che gli prestiamo i trampoli della nostra ammirazione. Anzi: come capita in questi casi, si cede volentieri al desiderio della critica, e non certo per il gusto plebeo di abbassarlo ma semmai per il desiderio pulito di intenderlo meglio. Specie quando sulla cote di quella tremenda carneficina che fu la prima guerra mondiale, Pareto volle arrotare le sue acquisizioni che erano, in uno, ferocemente antiliberali e dichiaratamente scettiche. Bene. Anzi, male.
Male perché è proprio quel procedere sincrono delle due cose – antiliberalismo e scetticismo – che insinua una pietruzza dura nell’ingranaggio dei suoi pensieri. Pareto fu sì antiliberale ma – ecco il punto – a dispetto e non in virtù di quello scetticismo nel cui circolo di idee egli diceva di girare. Era antiliberale perché col tempo gli si era dileguata dal petto ogni speranza di miglioramento e s’era fitto in mente, parole sue, che «mala bestia è l’uomo e mala bestia rimarrà» per saecula saeculorum, per cui la storia dei popoli avrebbe sempre avuto il ritmo di una farsa un po’ oscena in cui si sarebbero rappresentati stancamente i soliti errori e i medesimi inganni.
Ora, se anche voi trovaste una specie di perfido conforto in questa antropologia così colorata di nero, ebbene sappiate che così avete ucciso il liberalismo. Il quale, per converso, muove dalla cauta, quasi reticente convinzione che gli uomini imparano a furia di prove e di errori. L’importante, però, è che le prove siano le loro prove; gli errori i loro errori, e non le prove e gli errori di chi graziosamente presiede ai loro destini. L’esigenza di limitare il potere nasce anche da qui.
Intendiamoci: uccidere il liberalismo si può. Quello è un valore che invade l’anima, come del resto il socialismo, come il fascismo e come qualunque altro valore ultimo, che in quanto ultimo si giustifica da solo, per il solo fatto che c’è. Dunque uccidere il liberalismo si può. Epperò non con le armi dello scetticismo che pure Pareto si compiaceva di impugnare. Perché? Perché mentre tutto il suo sistema è arpionato ad «una idea della “essenza” dell’uomo» (Sartori), dell’uomo singolo, e quindi «gli è completamente estraneo il problema del sociale» (Bobbio), per gli scettici “veri”, a cominciare dal mai sufficientemente onorato Bayle, l’uomo non è mai solo l’uomo, l’uomo solo con i suoi istinti e le spinte del suo sangue. No, per gli scettici à la Bayle l’uomo è l’uomo e, insieme, la sua circostanza. Dove per “circostanza” sono da intendere le tradizioni avite, l’educazione ricevuta, le amicizie frequentate e insomma tutto quanto si raccoglie sotto la bandiera del costume che spesso decide gran parte delle nostre azioni. Non è un caso che, distillando i succhi della sapienza antica, proprio Bayle amava ripetere che il costume è «sovrano di tutte le cose».
Questa differenza tra Pareto e gli scettici di puro conio va fermata non solo per acribia filologica (sempre un po’ pedante) ma soprattutto per le ricadute etico-pratiche che ne derivano. Un esempio varrà di spiegazione. Nella pagina del 6 aprile, Pareto fa roteare la frusta del suo sarcasmo su quegli studenti che avevano denunciato il loro professore perché troppo tiepido per non riuscire sospetto ai gagliardi promotori dei destini patri. Insomma: lo avevano tirato in giudizio come un pericoloso “disfattista”.
Incistato come era in una concezione canagliesca della natura umana, per Pareto non c’era dubbio: dietro le lustre della delazione patriottica, altro non spumava che il vigliacco rancore contro un docente sicuramente severo e troppo poco accomodante. Vedete? Nemmeno l’alito di un sospetto, neppure l’ombra dell’incertezza che quei giovani, appunto perché giovani (e quindi permeabili più di altri dalle credenze collettive), lo avessero accusato perché infiammati da letture e da frequentazioni che veramente li facevano palpitare nell’ora solenne della loro Patria. Neppure una esitazione, dunque. E pensare che lo scetticismo è precisamente questo: un tirocinio alla umiltà del dubbio! Ma quali dubbi quando il cuore spoglia il verde delle cose e si seppellisce per sempre in un risentito disinganno?
Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda, trad. di Augusto Comba, a cura e con postfazione di Alberto Mingardi, Settecolori, 2026, pp. 200