Pareto: «Come fare inghiottire l’esca al popolo»

Nel suo diario del 1918, Pareto analizza propaganda, conformismo e manipolazione dell’opinione pubblica in tempo di guerra

18 Maggio 2026

ItaliaOggi

Diego Gabutti

Argomenti / Teoria e scienze sociali

«Sei diventato antisemita? Un tempo, se non erro, eri dreyfusardo», scrive Vilfredo Pareto all’amico Maffeo Pantaleoni, economista e politico. «C’è chi, di tutti i mali, accusa i semiti, altri i massoni, altri i clericali (un tempo dicevasi: i gesuiti), altri i militaristi, altri i socialisti, altri i reazionari, e via di seguito. Di vero in tutto ciò c’è che gli uomini sono inclinati a fare combriccole, per ottener il proprio vantaggio a spese altrui». Questa è l’ultima bambolina della matrioska propagandistica, nascosta dentro tutte le altre: l’interesse di combriccola. Pareto non crede nella Virtù: il «virtuismo», come lo chiama, è la maschera che il bandito si cala sul volto quando s’appresta a intimare il suo «la borsa o la vita» a questa o quella classe sociale, comunità umana, massa da manipolare (e in caso di guerra, da trasformare in carne da cannone).

Come non crede nella Virtù dei propagandisti (tanto più se belligeranti, e un po’ belligeranti gli agit-prop lo sono sempre, anche in tempo di pace) Pareto non crede alle Ragioni che accampano. A costoro, scrive, «basta alzare la voce e proclamare forte e chiaro grandi frasi, l’“onore nazionale”, l’“espansione della razza italiana” e simili, e il popolo si ritrova a inghiottire l’esca».

In questo suo diario, Mon Journal, scritto in Svizzera nel 1918, un Pareto settantenne giudica la Grande guerra con l’occhio puntato sui giornali, che della guerra non sono gl’interpreti, come pomposamente (allora come oggi) si vantano, ma la grancassa. Spiega Alberto Mingardi, curatore del libro e autore della postfazione, che il tipico «sarcasmo di Pareto è rivolto ai vincoli imposti alla libertà di manifestare il proprio pensiero. Già a ventiquattro anni era persuaso che “la libertà che non è concessa a tutti non è degna di questo nome, essa si deve chiamare oppressione”». Fra le cose che, col passar del tempo, lo allontanano dal liberalismo “ufficiale” c’è la tendenza dei liberali a dividere le credenze fra buone e cattive, illuminate e bigotte, accettabili e inaccettabili, con l’ovvia implicazione che le seconde meno circolano e meglio è. È fra i pochissimi liberali italiani a rivendicare la libertà dell’insegnamento per il clero cattolico e ad auspicare persino che si possa tornare ad aprire le facoltà di teologia, fuori legge dal 1873, posizione men che minoritaria fra gli stessi collaboratori del suo Giornale degli economisti.

Dove «la questione non è tanto quella d’essere pronti a difendere fino alla morte il tuo diritto di dire il contrario di quel che penso io, che francamente parrebbe eccessivo. La questione è di considerare le opinioni per quel che sono: opinioni». Ma leggete, cent’anni dopo la redazione del Journal di Pareto, una qualunque rassegna stampa e ci troverete gli stessi «spropositi [bellicisti] sotto i quali l’Europa ha tremato» (così Benedetto Croce) messi a fuoco da Pareto. Del quale «è difficile dire», scrive Mingardi, «dove finisca l’entusiasmo del ricercatore e dove cominci la disperazione del moralista».

oggi, 19 Maggio 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
0
    0
    Il tuo carrello
    Il tuo carrello è vuotoTorna al negozio
    Istituto Bruno Leoni