Nel 2022, il partito di Orbán otteneva alle elezioni 135 seggi su 199 in Parlamento. Oggi, alle votazioni successive a quella schiacciante vittoria, il suo avversario Magyar fa ancora meglio e ne ottiene 138.
Cosa insegnano questi numeri? Innanzitutto, che in politica le cose si muoveranno pure senza sosta e a una velocità sempre maggiore, ma bisogna pur continuare a distinguere le contingenze dai fondamentali, le variabili dalle costanti, il rumore in superficie dal suono di fondo.
L’immediatezza della comunicazione e, quindi, anche della decisione politica ci spinge a considerare definitivo l’immanente. Nel 2016, quando il Regno Unito uscì dall’UE, si ripeteva che il progetto europeo era finito. Con Trump, ogni giorno diamo l’addio all’America e all’ordine internazionale. Con Berlusconi, la Repubblica morì non si sa quante volte. E gli esempi potrebbero continuare, con una intensità esponenziale via via che ci spostiamo verso le repubbliche dell’istantaneo.
Le elezioni ungheresi sono invece l’ultima dimostrazione che il “niente sarà più come prima” è spesso un artificio o una pigrizia mentale e non una realtà concreta. Anzi, si potrebbe dire che il voto ungherese conferma che più fragile delle democrazie liberali c’è solo chi le minaccia. L’ordine, interno e internazionale, oscilla, traballa, si inceppa ma è molto più resistente di quanto non appaia. I mercati, che sono una componente fondamentale di quell’ordine, sembrano averlo capito più dei giornali, per come hanno reagito ai dazi prima e alla guerra in Iran poi.
Fino a poco fa, Orbán era l’osso duro che teneva l’Europa sotto ricatto, il punto di riferimento di un internazionale sovranista su cui scommetteva il presidente della prima economia del mondo (gli USA) e che la seconda economia (l’UE) non riusciva a domare.
Ora è lo sconfitto d’Europa. Ma non è la storia di Davide contro Golia. È la storia della democrazia, in cui molti anni di governo logorano chiunque e avvantaggiano proposte di rinnovamento, specie se quegli anni sono stati spesi a minacciare da dentro la stessa democrazia. E questo tanto più in un mondo globalizzato, dove idee e informazioni viaggiano insieme alle merci e basta pochissimo per sapere come si vive e cosa succede altrove, fare paragoni, capire cosa si rischia di perdere e decidere di non voler rinunciare a una qualità della vita che sembra a portata di mano.
Dopo anni di cleptocrazia orbaniana, in cui il potere politico ha sottratto le risorse del paese insieme alle libertà dei cittadini, è possibile che nella scelta di voto abbia pesato la perdita più di benessere che di libertà politica. La corrosione del diritto e dei diritti ha seguito la stessa traiettoria dell’uso privato dell’economia e dei soldi pubblici. Mentre Orbán si appropriava – lui sì – del controllo della Corte suprema e del potere giudiziario, soffocava le imprese con regolamentazioni capestro; mentre occupava – lui sì – i mezzi di informazione e di formazione come le università, acquisiva partecipazioni pubbliche in centinaia di aziende e espropriava le proprietà in mano agli stranieri.
Entrando nell’Unione europea, l’Ungheria ha ricevuto più fondi pro capite di ogni altro paese, cosa che le ha consentito di guidare l’economia domestica fuori dal modello sovietico ma che, dall’insediamento dell’ormai ex primo ministro, non l’ha messa al riparo dall’avere il più basso Pil pro capite dopo la Romania e la Bulgaria. Lo stesso atteggiamento verso l’Unione europea può aver pesato nel voto di domenica, specie per quella ormai consistente quota di elettori che hanno più memoria dell’Ungheria europea che di quella sovietica.
Un’altra cosa che insegnano queste elezioni è dunque che la prosperità e la globalizzazione contano, a dispetto di tutti i funerali fatti al presunto neoliberismo. Alla prima l’Ungheria ha avuto accesso da quando è entrata nell’Unione europea; la seconda è uno scambio non solo di beni materiali ma anche di informazioni, conoscenze, paragoni, compresi quelli che riguardano i sistemi e le idee di governo.
Alle elezioni politiche, le persone continuano a votare quando vengono sollecitate da campagne elettorali in grado di convincerle che la posta in gioco, in termini di libertà e benessere, è alta. Votano in una speranza riposta in qualcuno, non per l’odio verso qualcun altro. Sorprende in questo senso la facile euforia con cui la sinistra italiana ha festeggiato la sconfitta di Orbán, omettendo chi sia Magyar e quali siano le sue idee. Nel febbraio scorso, Marco Rubio, rivolgendosi proprio a Orbán, aveva detto “il tuo successo è il nostro successo”. Se è stato sconsiderato affermare una cosa del genere, è altrettanto sconsiderato credere che gli insuccessi altrui segnino le proprie, definitive vittorie.