26 Maggio 2026
MF – Milano Finanza
Carlo Stagnaro
Direttore Ricerche e Studi IBL
Argomenti / Politiche pubbliche
Il progetto di rete unica di telecomunicazioni sta entrando nel vivo e cominciano a vedersene i prevedibili effetti: gli italiani pagheranno di più per la fibra. Tutto nasce da una serie di delibere del Garante della comunicazione, che ha preso atto della nuova situazione che si è creata con lo scorporo della rete Tim e l’avvento di Fibercop come soggetto indipendente.
Venuta meno l’integrazione verticale, e quindi il rischio che la rete fosse gestita in modo da favorire altre società dello stesso gruppo, l’Agcom ha giustamente previsto una riduzione del carico regolatorio su Fibercop. In particolare, ha alleggerito le norme finalizzate a garantirne la terzietà, che a questo punto si può quasi dare per scontata.
Ma contemporaneamente ha rimosso il requisito che le tariffe per l’uso della rete fossero «orientate ai costi» limitandosi a richiedere che siano «eque e ragionevoli». E cosa fa un monopolista non appena gli viene lasciata mano libera? Qualunque libro di testo suggerisce che cercherà di alzare i prezzi in modo da estrarre la massima rendita. Ed è esattamente quello che sta accadendo.
Fibercop infatti ha elaborato un nuovo listino, che agisce in due direzioni. Come mostriamo in un focus dell’Istituto Bruno Leoni in uscita nei prossimi giorni, nelle aree dove Fibercop compete con Open Fiber le tariffe scendono mentre in tutte le altre salgono.
Non solo: l’aumento è proporzionalmente più alto per la fibra spenta (che gli operatori commerciali affittano per poi installarvi i propri apparati) che per la fibra accesa (che viene affittata e utilizzata per rivendere servizi direttamente ai clienti finali). Infine crescono i costi una tantum di attivazione e disattivazione, cosa che paradossalmente potrebbe incentivare i consumatori a rimanere sul rame (anziché passare alla fibra), ancora una volta a detrimento del rivale Open Fiber.
Il disegno appare a suo modo coerente: espellere Open Fiber dal mercato, scoraggiare la concorrenza infrastrutturale spingendo gli operatori commerciali verso l’acquisto di servizi attivi anziché passivi, e scaricare su questi ultimi aumenti generalizzati (circa il 15%) che inevitabilmente verranno almeno in parte riversati sui clienti.
Questo risultato – aumento dei prezzi, disincentivo della fibra e compressione della concorrenza infrastrutturale e dell’innovazione – è figlio di una trasformazione in atto da tempo, che ruota attorno al ritorno dello Stato e alla conseguente rimonopolizzazione e ripubblicizzazione del settore. Ma si manifesta attraverso l’improvvida decisione di abbandonare uno dei principi cardine della regolazione dei monopoli, cioè l’imposizione di tariffe orientate al costo.
C’è da sperare che l’Agcom non si voglia rendere complice di un’operazione le cui motivazioni sono puramente politiche, e che sotto ogni altro punto di vista appare dannosa.