I nuovi Musk e Zuckerberg? Difficile trovarli in aula

La provocazione di Michael Gibson: l'innovazione spesso è scollegata dal merito scolastico

22 Maggio 2023

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Politiche pubbliche

Il lettore di questo articolo non ha certo bisogno che gli si ricordi l’importanza dell’investimento in capitale umano. La metafora stessa tende a suggerire che le competenze sono qualcosa che si accumula. Per farlo, nulla di meglio che passare molti anni sui banchi di scuola. L’investimento in istruzione ha pressoché ovunque un buon ritorno: equivale a un reddito più alto, una volta entrati nel mondo del lavoro. In Italia, il peso degli abbandoni universitari e la percentuale di laureati, ancora inferiore rispetto alla media europea, ci rende molto attenti alla questione.

Nel 2010 il finanziere Peter Thiel cominciò a distribuire fellowship di 100 mila dollari ad aspiranti imprenditori che avessero meno di 20 anni e non fossero iscritti all’università. Thiel voleva trovare degli inventori prima che avessero inventato alcunché «limitandosi a cercare fra persone che potevano appena votare e non avevano ancora l’età per ordinarsi una birra al bar». L’esperienza sarebbe stata, per tutti coloro che vi erano coinvolti, una scuola d’imprenditorialità. 

Michael Gibson, filosofo e accademico mancato, comincia a occuparsi delle Thiel Fellowship subito dopo essere stato assunto da Thiel nel suo hedge fund. In seguito, con la collega Danielle Strachman, lancia un fondo di venture capital, 1517 (dall’anno in cui Martin Lutero affisse le sue tesi al portone della cattedrale di Wittenberg). Ha raccontato la sua storia in Paper Belt on Fire (New York, Encounterbooks, pagine 374). La «Rust Belt» è la «cintura di ruggine» fra gli Appalachi e i grandi laghi in cui negli anni Cinquanta cominciò ad andare in crisi l’industria pesante. Per Gibson la «Paper Belt» è la «cintura di carta» che partendo da Washington arriva a Boston: dove l’attività economica dominante è la produzione di carta, che si tratti di leggi come nella capitale oppure di titoli di studio nelle grandi università Ivy League. La sua aspirazione sarebbe metterla a ferro e fiamme.

Per Gibson, il merito accademico segnala al massimo la capacità di portare a termine dei compiti, soprattutto se le dimensioni sulle quali si verifica il successo degli studenti tendono a privilegiare il conformismo. Se un venture capitalist cerca il nuovo Mark Zuckerberg o il nuovo Elon Musk, deve sapere che per definizione il «nuovo» non emergerà da un social network o da un’impresa che produce auto elettriche.

Il progresso dipende «dai contributi di milioni di innovatori che trovano nuovi modi di fare le cose». Thiel è affezionato all’idea che il progresso non sia più quello di una volta: «sognavamo delle macchine volanti e ci siamo ritrovati con 140 caratteri», si innova nei bit e non negli atomi (perché questi ultimi sono iper-regolamentati). Gibson sottolinea un altro aspetto: se ci sono meno innovazioni è perché gli innovatori oggi sono più vecchi di quanto non fossero in passato. I percorsi universitari si sono dilatati e chi potrebbe innovare inizia più tardi. «Per accelerare il progresso, abbiamo bisogno di giovani che lavorino alle frontiere della conoscenza prima di quanto abbiano fatto in passato».

Nel capitolo centrale del libro, Gibson prova a delineare le caratteristiche del grande fondatore di una nuova impresa. Ne ha conosciuti, prima occupandosi delle Thiel Fellowship e poi come venture capitalist. Ogni imprenditore di successo ha successo alla sua maniera, ma ci sono dei tratti comuni. Per l’attributo più importante, l’inglese non ha una parola: Gibson va a prenderla dal greco, è uno degli epiteti ricorrenti di Ulisse, «politropo», che significa qualcosa come di ingegno multiforme e versatile. 

«I grandi fondatori sono quelli che trovano sempre un modo. Questa è la massima virtù», dice Gibson. La quale a sua volta si compone di altre: l’abilità di fronteggiare l’incertezza senza essere né pavidi né eccessivamente sicuri, dosando sfrontatezza e prudenza; la flessibilità nell’adattare il proprio stile di leadership alla crescita dell’azienda (non appesantire di formalismi una start up, non pensare che possa continuare a crescere senza procedure raggiunta una certa soglia); quella che chiama «hyperfluency» ovvero la capacità di parlare a gruppi diversi e di rappresentare con sintesi e semplicità le questioni più complesse («uno dei talenti inconsapevoli di un grande leader»); l’intelligenza sociale ed emotiva di intrattenere relazioni con il banchiere ma anche con la segretaria, con finanziatori, consumatori, collaboratori; da ultimo, una motivazione talmente grande (che quasi mai ha a che fare con obiettivi esclusivamente monetari) da consentirgli di superare le avversità. Fondare un’impresa, per Elon Musk, è come mangiare vetro affacciati sul ciglio dell’abisso: non basta il bisogno, e nemmeno l’avidità, per tener duro in certi momenti.

È chiaro che stiamo parlando di talenti particolari, che non necessariamente aiutano a vivere una vita serena ma servono per fare l’imprenditore. Che non è cosa da tutti. Ma è difficile non dedurne che per scovarne di nuovi è più importante sapere se hanno mai aperto un chiosco di limonate o se si sono inventati un giornalino al liceo, di quanto non lo sia il libretto degli esami. Non tutti possono fare gli imprenditori ma gli imprenditori sono il lievito del dinamismo economico. La convinzione ormai diffusa che l’imprenditoria si possa insegnare in un’aula, o che comunque non possa uscire che da un’università, è forse una delle cause del nostro declino.

da L’Economia-Corriere della Sera, 22 maggio 2023

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