Non fare danni è già una politica

Il metodo Meloni o l'arte del «fluttuare controllato»

28 Gennaio 2026

L’Opinion

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Direttore del think tank liberale Istituto Bruno Leoni, politologo presso l’Università IULM di Milano, Alberto Mingardi è uno degli osservatori più attenti della politica italiana e delle sue ambiguità. In questa intervista traccia un bilancio dei primi tre anni del governo Meloni, tra prudenza di bilancio, assenza di un progetto economico strutturato e normalizzazione politica sulla scena europea.

Dopo tre anni di governo Meloni, quale bilancio si può tracciare sul piano economico?

C’è un merito che va riconosciuto a questo governo. Il post-Covid è stato affrontato in Italia attraverso ricette che si possono definire “miracolose”: prima i bonus per le ristrutturazioni immobiliari, con cui si sono spese centinaia di miliardi di euro, poi il piano di rilancio europeo, per un importo di 200 miliardi supplementari. Strumenti diversi, ma sostenuti dalla stessa filosofia: l’idea che la ripresa dell’economia possa venire solo da risorse finanziarie “esterne”, destinate a sostenere nuove spese orientate dallo Stato. Giorgia Meloni ha rotto con questa retorica, denunciando gli effetti perversi dei bonus e riducendo la portata del piano di ripresa. A ciò si aggiunge la gestione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che si è rivelata molto più prudente di quanto molti avrebbero immaginato. Questa prudenza, tuttavia, non è accompagnata né da una filosofia economica chiaramente definita né da un vero e proprio catalogo di riforme “dal lato dell’offerta”. Il rigore di bilancio fa piuttosto parte, a mio avviso, dell’idea più generale che Meloni ha del suo ruolo: aspira ad essere una leader in grado di rappresentare l’Italia a testa alta sulla scena internazionale. 

Ebbene, la disciplina delle finanze pubbliche serve a questo obiettivo di credibilità e rispetto, il che spiega perché abbia scelto di perseguirla. Eppure questa prudenza, anche se di per sé non costituisce un programma politico attivo, rimane una scelta politica significativa, soprattutto per una coalizione in cui due partiti, la Lega e Fratelli d’Italia, ancora una decina di anni fa sostenevano l’uscita dall’euro.

Sì, questa prudenza è un risultato politico in sé: nell’Italia di oggi, «non fare danni» è già una forma di politica. Ma questo atteggiamento non è accompagnato da un vero e proprio progetto economico. Meloni mantiene soprattutto la coesione della sua maggioranza investendo il suo capitale politico in tre riforme costituzionali, ciascuna delle quali corrisponde a un segno distintivo delle forze che la sostengono: la separazione delle carriere tra magistrati (pubblici ministeri e giudici), rivendicata da Forza Italia; il rafforzamento dell’autonomia delle regioni, sostenuto dalla Lega; e l’istituzione di un esecutivo più forte, con l’elezione diretta del capo del governo, difesa da Fratelli d’Italia. È previsto un referendum sulla riforma della giustizia, mentre gli altri due progetti sembrano oggi difficili da portare a termine nel corso di questa legislatura.
Concentrando la maggior parte delle sue energie sulle politiche istituzionali, Meloni si è così dispensata dall’elaborare un programma coerente di riforme economiche. Ciò dipende anche dalla sua cultura politica. I suoi riferimenti all’interno del conservatorismo rimandano a figure come Roger Scruton, per il quale la dimensione economica è secondaria: non è il versante liberale o libertario del conservatorismo anglosassone. In passato è stata sicuramente sensibile ad alcune influenze della “destra sociale”, ma sembra comprendere che esse non possono costituire una dottrina di governo. Da qui deriva questa forma di governance, un’eccellente arte del galleggiamento controllato: tenere la rotta, evitare errori, ma senza riformare il paese.
Infine, c’è una spiegazione organizzativa. Fratelli d’Italia è un partito passato dal 3% a quasi il 30% dei consensi in pochi anni. La sua classe dirigente si è formata in un’epoca in cui l’elettorato era soprattutto meridionale e legato a logiche para-statali, mentre il partito è diventato centrale nel Nord produttivo. Questo cambiamento non è stato ancora pienamente assimilato. La coesione interna, a lungo percepita come un punto di forza, rende oggi il movimento meno permeabile agli stimoli esterni, proprio nel momento in cui sarebbe necessario un aggiornamento della cultura politica ed economica.

La prudenza di bilancio potrà durare con l’avvicinarsi delle prossime scadenze elettorali?

Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2027, è probabile che la prossima legge di bilancio sarà concepita con un orizzonte più politico che macroeconomico. L’esperienza dimostra che, in questi momenti, il ciclo politico diventa “espansivo”: la spesa aumenta per preservare o rafforzare il consenso, anche se ciò avviene nel quadro più vincolante delle nuove norme europee. Il rischio è tanto più elevato in quanto la maggioranza non condivide una visione economica comune. Fratelli d’Italia, pur essendo il primo partito, evita di appropriarsi di scelte strutturali in materia economica. Forza Italia, che dovrebbe incarnare una sensibilità liberale, si è distinta soprattutto per la sua opposizione puntuale alla tassazione dei “superprofitti” bancari. Quanto alla Lega, essa gioca su più registri contemporaneamente: Giorgetti difende la disciplina di bilancio, mentre Matteo Salvini continua a brandire le sue vecchie promesse in materia di spesa pubblica. In altre parole, l’attuale rigore appare più come un’opzione dovuta alle circostanze che come una convinzione condivisa politicamente.

Sul piano internazionale, l’esperienza italiana sembra confermare che l’Unione europea sia finalmente riuscita ad “assorbire” il populismo. Giorgia Meloni ne è l’esempio più riuscito?

Bisogna riconoscere che i sistemi politici europei hanno gestito piuttosto bene questo fenomeno. Ciò che sembrava destinato a far esplodere l’Unione europea non l’ha fatto, e i partiti cosiddetti “fuori dal sistema”, una volta messi in una posizione di responsabilità, sono cambiati. In un certo senso, la strategia di “romanizzare i barbari” ha funzionato. Giorgia Meloni ne è l’esempio più eclatante: eletta sotto l’etichetta del “postfascismo”, in pochi mesi è diventata un pilastro della stabilità europea. Anche il governo formato dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle tra il 2018 e il 2019 non ha provocato la rottura radicale che molti temevano. Ma questa normalizzazione ha un costo democratico. Quando gli elettori votano per forze populiste perché sperano in un cambiamento profondo e questo cambiamento non avviene, la delusione alimenta la crisi della rappresentanza. In Italia, dal 1994, una parte importante dell’elettorato ha votato per tutto ciò che appariva come un’alternativa al sistema consolidato, ed è stata regolarmente delusa. Il risultato è una
profonda stanchezza elettorale, alimentata dalla sensazione che le promesse di rottura finiscano sempre per dissolversi.

La vicinanza ostentata tra Giorgia Meloni e Donald Trump è stata spesso rimarcata. Il “trumpismo” può davvero influenzare la politica italiana o europea?

Penso che abbiamo sopravvalutato l’influenza di Donald Trump e del trumpismo nell’Europa occidentale. Questa influenza potrebbe avere un ruolo in Ungheria, ma altrove il suo impatto rimane limitato. La politica non si riduce alle affinità ideologiche: si basa anche su relazioni personali e, soprattutto, su
quadri istituzionali molto vincolanti. I leader europei sono coinvolti in un intreccio permanente di riunioni, negoziati e decisioni comuni, che rendono estremamente costoso, sia dal punto di vista politico che umano, qualsiasi scontro duraturo con le istituzioni europee o con gli altri Stati membri.
In Italia si è molto fantasticato su una presunta intesa tra Trump e Meloni, in particolare sulla questione dei dazi doganali, ma questa vicinanza si è concretizzata molto poco. Ciò non significa che le relazioni personali non contino: possono facilitare gli scambi e creare affinità. Lo si vede, ad esempio, con Javier Milei. È molto lontano da Meloni sul piano della politica economica, ma tra loro esiste una forma di comprensione reciproca, che non si basa su un vero e proprio allineamento ideologico o sullo stile, ma sul sentimento condiviso di appartenere a una sorta di club internazionale di “outsider”.

oggi, 28 Gennaio 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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