«Non è colpa del neoliberismo» – Lo Stato nel mirino di Mingardi

I guai della nazione non si possono attribuire al libero mercato, perché in Italia quasi non esiste

1 Aprile 2019

L'Arena

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Dalla recessione alla diffusione del virus Ebola, dall’immigrazione al crollo del ponte Morandi, tutti i problemi contemporanei sarebbero da imputare all’ideologia che ha preso il sopravvento, ossia il neoliberismo, riaffermazione del vecchio liberismo favorevole a un mercato privo di regolamentazione e di qualsiasi intervento pubblico, in balia soltanto di domanda e offerta.

La critica al neoliberismo, per aver reso i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, è la narrazione dominante che in politica ha nutrito la vittoria di Trump, il voto sulla Brexit e il successo della corrente populista in Italia.

«Se non vi piace qualcosa, date la colpa al neoliberismo», scrive provocatorio l’economista Alberto Mingardi sulle pagine del suo ultimo volume, «La verità, vi prego, sul neoliberismo» (Marsilio). Un saggio in cui si smontano ma ci vogliono quasi 400 pagine le responsabilità attribuite al neoliberismo e si sfata il mito che un Paese cresca solo se c’è iniziativa privata. Parlando di un orizzonte a noi prossimo, le complicazioni dell’Italia non possono essere attribuite al libero mercato, perché quasi non esiste: metà della ricchezza prodotta è intermediata dallo Stato e l’altra metà è condizionata dalla burocrazia.

Spiega Mingardi che «imputare al neoliberismo i guai della nazione, il mondo del lavoro asfittico e il livello senza precedenti della tassazione, è cercare uno spauracchio per non fare i conti con gli errori politici che segnano anche l’inizio di questa strana fase in cui ci situiamo». Mingardi, studioso libertario, fondatore e direttore dell’Istituto Bruno Leoni (centro di ricerca che promuove idee liberali in Italia ed Europa), ne ha parlato ieri sera nella sala convegni del Banco Bpm a Palazzo Scarpa, in dialogo col giornalista Ferruccio De Bortoli che a rotative ancora calde aveva firmato la prima recensione del libro, pubblicata dal Corriere della Sera il 15 gennaio.

«Il libro nasce da una frustrazione», ha spiegato. «Sentire il neoliberismo tirato in ballo sempre, quando invece è meno ricorrente di ciò che l’opinione pubblica immagina. Ma ha due pregi: non c’è una singola idea originale», ammette con candore, «e non è un catalogo di riforme, semplicemente un tentativo di ripensare a cosa è successo negli ultimi cinquant’anni mettendo in fila gli eventi e le opinioni che hanno avuto un peso».

Mingardi li fa in quattro capitoli, partendo dalla ricostruzione storica del neoliberismo per arrivare alla globalizzazione e al populismo passando dallo Stato imprenditore teorizzato da Mariana Mazzucato, secondo cui lo Stato, bollato come forza inerziale, in realtà nelle economie più avanzate è colui che si fa carico di finanziare lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie rivoluzionarie, come il Gps e le energie alternative, frutto dello spirito di iniziativa dei singoli individui.

«Bisogna ragionare su un sistema che consenta agli individui di essere creativi, e di correggersi, attraverso incentivi appropriati», ha detto. In sintesi «quel poco di liberismo che c’è ha prodotto ricchezza», è il pensiero finale di Mingardi. A patto di non concentrare tutte le risorse in un unico innovatore, «grazie a una società aperta dove c’è la possibilità di fare più tentativi. Gli economisti di tutto il mondo sono concordi nell’affermare che la possibilità di mettere le persone nel posto in cui rendono di più produce crescita», con riferimento all’immigrazione «che varrebbe la pena regolamentare meglio per farla diventare una gigantesca lente di ingrandimento sui problemi del Paese, come l’istruzione e la tutela dell’ordine pubblico».

Da L’Arena, 30 marzo 2019

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