Negozi, la liberalizzazione è una facoltà di scegliere e non un obbligo

Nessuno, nemmeno un sedicente illuminato legislatore, conosce meglio di loro le abitudini, le esigenze, le preferenze della clientela

25 Agosto 2014

Il Gazzettino

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Anche quest’anno, nella settimana di Ferragosto, la polemica sulla liberalizzazione degli orari dei negozi ha occupato le pagine di alcuni quotidiani. In un articolo apparso sul Corriere della sera il 13 agosto, è stata criticata la proposta di legge ora alla Camera che intende ripristinare le chiusure obbligatorie in alcuni giorni di festa. Confcommercio Veneto, nel replicare sulle pagine del Gazzettino del 19 agosto, sembra aver reiterato il fraintendimento per cui la liberalizzazione degli orari obbliga tutti ad essere sempre aperti. Al contrario, il suo effetto è proprio la rimozione di ogni obbligo (di chiusura) e il riconoscimento della libertà dei negozianti di decidere, in piena autonomia, quando tenere aperti, sulla base della considerazione che nessuno nemmeno un sedicente illuminato legislatore conosca meglio di loro le abitudini, le esigenze, le preferenze della propria clientela.

Chiuse le saracinesche in città, gli esercizi di vicinato dei centri a vocazione turistica hanno forse rappresentato, in questo agosto dal clima bizzarro, un’alternativa di svago per le persone in vacanza. Chi ha voluto, ha potuto tenere aperti i negozi negli orari e nei giorni in cui ha immaginato di incontrare il flusso di turisti, talora in fuga da una spiaggia sotto la pioggia, talora durante la passeggiata serale.

La liberalizzazione degli orari dei negozi è semplicemente questo: una questione di libertà di scelta del negoziante che riflette in maniera imperfetta ma autonoma le scelte dei consumatori.

Forse, nessuna settimana più di quella di Ferragosto in i gli esercizi di vicinato delle località turistiche fatturano cifre pari agli sforzi di settimane intere durante l’anno mentre i negozi delle zone più urbanizzate vanno anch’essi in ferie rende chiaro cosa significhi la liberalizzazione degli orari: non un obbligo, ma una facoltà di essere aperti a seconda di quelle che si intuiscono essere, a torto o a ragione, le preferenze dei clienti.

Può anche darsi che le liberalizzazioni non aiutino a vendere di più. Nessuno può saperlo, perché in ogni caso occorrerebbe un dato controfattuale. Quel che è certo è che esse non fanno vendere di meno, dal momento che danno una possibilità, e non un diniego, di acquisto. Non sono loro, come ha scritto sul Gazzettino Edi Sommariva, consigliere delegato di Confcommercio Veneto, che “fanno male a tutti i negozi senza riuscire ad “entusiasmare” i consumatori”. A questo, ci hanno pensato e ci pensano altre iniziative del Parlamento e del Governo.

Le liberalizzazioni, al peggio, non portano a un aumento immediato dei consumi, ma di sicuro ripristinano la libertà di incontro tra domanda e offerta in quella che è una delle componenti della vendita di un bene: quando fare acquisti. Confcommercio Veneto sostiene che più che di liberalizzazione degli orari c’è bisogno di personalizzare i servizi alla clientela. Cos’altro è, se non personalizzazione del servizio alla clientela, la possibilità di capire in quali orari essa è più disposta e orientata agli acquisti?

Da Il Gazzettino, 23 agosto 2014

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