Un mondo sì global

Indagine sullo stato della globalizzazione, che ha trasformato il pianeta in una grande rete e l'ha reso meno povero

6 Giugno 2022

Il Foglio

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

Questa volta è diverso? All’inizio della pandemia, l’organizzazione mondiale del commercio stimava (temeva) una contrazione dello scambio internazionale nell’ordine del 30 per cento nel 2020. I lockdown chiudevano le persone in casa, e non solo negli stati o nelle regioni nelle quali si trovavano a vivere. La rapida diffusione di un nuovo patogeno sembrava la miccia perfetta per fare rinfocolare la naturale diffidenza verso il diverso e lo straniero. Nuove e più stringenti misure di igiene e sanità pubblica potevano costituire un vincolo forte agli scambi. Per Larry Summers, la pandemia poteva segnare il punto di svolta, il giro di boa fra il secolo americano e il secolo asiatico. Tuttavia, nell’anno peggiore della pandemia il commercio globale ha avuto una diminuzione intorno al 10 per cento: non poco, ma, in quelle circostanze, è stata una prova di forza più che una dimostrazione di fragilità.

Poi è venuto il caso della nave Ever Given, la nave lunga 400 metri e larga 59 che per sette giorni, nel marzo 2021, ha bloccato il canale di Suez. Era “il disastro perfetto”, il “granello che blocca la globalizzazione”, il “collo di bottiglia” destinato a mettere in crisi il commercio globale. Nel corso di tutto il 2021, per il canale di Suez sono poi passate 20.694 navi: il numero più elevato di sempre.

Che la globalizzazione stia per finire è una profezia ricorrente. Per la maggior parte degli osservatori, del resto, la globalizzazione è sempre stata “selvaggia”, “sfrenata”, “iniqua”, “instabile”, “insostenibile”. Era così nelle strade di Seattle e di Genova, quando contro il commercio internazionale si protestava “da sinistra”. E’ così, oggi, nei discorsi dei leader della destra populista. In qualche modo, si postula che la globalizzazione sia claudicante e a un passo dalla più rovinosa delle cadute. Brexit, l’elezione di Donald Trump, la guerra commerciale fra Usa e Cina, il Covid-19, la guerra fra Russia e Ucraina.

La forza di questa narrazione si basa su un equivoco di fondo. La globalizzazione è ritenuta fragile perché è in larga misura non pianificata, si basa su un intreccio di contratti e decisioni di scambio prese da individui e imprese. Lo scambio internazionale è reso possibile senz’altro, in certa misura, da decisioni politiche. Dal prevalere, insomma, di scelte improntate al desiderio di ricostruire occasioni di cooperazione e scambio; dalla Ostpolitik di Brandt al “Signor Gorbaciov abbatta questo muro”, dalla diplomazia del ping-pong di Kissinger fino all’ingresso della Cina nel Wto. Soprattutto, però, la politica può impedire a imprese e persone di scambiare con imprese e persone di altri paesi. La maggiore integrazione economica internazionale è però conseguenza soprattutto dello sviluppo tecnologico: “spostare” merci (e servizi) da un capo all’altro del mondo è diventato molto più facile e meno costoso.

La “regia” politica si limita alla regole del gioco e non influisce sulle decisioni di dettaglio, per lo stesso motivo per cui nessuno dice ai mobilieri della Brianza da chi rifornirsi di legno e pellami o alla pizzeria di quartiere da chi comprare pomodoro, olio e farina.

Nel discorso pubblico, come sempre, tendiamo a sovrastimare la capacità dei politici di risolvere i problemi e prima ancora di identificarli correttamente e a sottostimare la creatività e le capacità di quegli individui che invece, più direttamente, con quei problemi si confrontano.

Divisione del lavoro ed estensione del mercato
Perché un’economia “globalizzata” dovrebbe rappresentare un vantaggio? Adam Smith comincia La ricchezza delle nazioni sostenendo che “il grandissimo progresso della capacità produttiva del lavoro e la maggiore abilità, destrezza e avvedutezza con le quali esso è ovunque diretto o impiegato siano stati effetti della divisione del lavoro”. La divisione del lavoro consente la specializzazione e la specializzazione, ossia la possibilità di dedicarsi a un singolo compito, coincide con una maggiore produttività. “Ciò che costituisce il lavoro di un uomo in uno stato sociale primitivo, è in generale eseguito da molti in uno stato progredito”. Aumentando le teste e le mani che lavorano a un singolo prodotto, aumenta la produttività: la maggiore “complicazione” del processo produttivo è più che compensata dalla crescita dei quantitativi realizzati. Le macchine sono ovviamente un indispensabile ausilio, ma esse stesse rappresentano l’esito della specializzazione.

Utensili migliori nascono perché i lavoratori desiderano economizzare la propria fatica; quando la società raggiunge un grado di specializzazione sufficiente anche la produzione di macchine e strumenti diventa un compito altamente specifico.

La Ricchezza delle nazioni è un classico del pensiero economico e politico ma il libro di Smith non è un “manifesto”. Egli non si mise allo scrittoio volendo tratteggiare il mondo come avrebbe dovuto essere, provò invece a mettere a fuoco il mondo com’era. La questione su cui si arrovellò per tutta la vita era come fosse possibile che gli esseri umani trovassero modo di cooperare: sia all’interno di aggregati di piccola dimensione, nei quali si conoscevano l’un l’altro, sia su lunga distanza, fra estranei, ignorando tutto gli uni degli altri. In questo secondo caso, la cooperazione non poteva essere “regolata” come nel primo. La benevolenza difficilmente spiega i comportamenti, quando i suoi beneficiari sono ignoti. A Smith era chiaro qualcosa che oggi confermano ricerche empiriche in campi molto diversi: l’uomo è un animale istintivamente diffidente.

Nel nostro passato evolutivo, vivevamo all’interno di comunità di dimensioni ridotte, impegnate in una competizione senza esclusione di colpi per il controllo del territorio e per il proprio sostentamento. L’altro, nel momento in cui apparteneva a una comunità diversa, era tendenzialmente una minaccia. Per questa ragione abbiamo sviluppato delle “scorciatoie mentali” bias cognitivi) che sono tuttora alla base di alcuni comportamenti: la xenofobia, per esempio.

Smith non pensava che uomini e donne potessero cooperare con uomini e donne di altri paesi, di cultura diversa, perché illuminati da un’intuizione cosmopolita. E non dovremmo farlo nemmeno noi. Dicendo che non era dalla benevolenza del macellaio che ci aspettiamo il nostro desinare Smith identificava nello scambio monetario lo strumento principale per metterci gli uni al servizio degli altri, pur senza conoscerci. Noi ci rivolgiamo all’altro parlando “delle sue esigenze”, offrendogli una compensazione in moneta, nel momento in cui ci aspettiamo che ci aiuti a soddisfare una nostra necessità.

La divisione del lavoro, aggiunge Smith, è limitata dall’estensione del mercato. Più sono i partecipanti al gioco economico e maggiori sono le opportunità di specializzazione. E’ improbabile che qualcuno possa campare facendo il dog sitter in un comune di poche centinaia di abitanti; a Milano è invece un mestiere. Più persone implicano più individui che esprimono una domanda, e sovente domande diverse e nuove. Con l’estensione del mercato cresce anche la possibilità di ciascuno di trovare realizzazione a modo proprio, specializzandosi in una produzione di nicchia, tentando di soddisfare bisogni magari sino ad allora ignorati.

La globalizzazione non è che tutto questo ma su una scala più grande: cresce l’estensione del mercato, aumenta il numero di estranei coi quali possiamo cooperare.

La percentuale della popolazione mondiale che vive al di sotto della soglia di povertà, fissata a livello internazionale a 1,90 dollari al giorno, è tuttora circa il 10 per cento: nel 1990 la percentuale era pari al 37 per cento. Nello stesso periodo, la popolazione mondiale è aumentata di due miliardi di persone. Questo fenomeno è stato reso possibile grazie alle catene di cooperazione che si sono ampliate, al coinvolgimento nella divisione del lavoro di persone che ne erano ai margini, le quali hanno finalmente potuto offrire ad altri (magari senza conoscerli, magari senza incontrarli mai) il proprio lavoro.

Cooperare non significa necessariamente condividerne le idee, la religione, la visione del mondo e il destino. Ma affidare loro la soddisfazione di un nostro bisogno, metterci a disposizione per soddisfarne uno loro. Ciò tende a portare a un aumento della disponibilità di beni e servizi. Oggi non passa non dico anno, ma settimana, senza che ne emergano di nuovi: l’app per vendere vestiti usati, il ristorante di cucina esotica, il nuovo servizio a domicilio. Non di solo pane, ovviamente, vive l’uomo ma poter accedere a un numero crescente di beni e servizi ci rende più ricchi: che vuol dire non contare i dobloni d’oro come zio Paperone, ma poterci permettere più cose.

La globalizzazione oggi
Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad), nel 2021 il valore del commercio globale superava del 13 per cento quello pre Covid. Anche nei primi mesi del 2022 si sono riscontrati segni di crescita. La guerra in Ucraina, ovviamente, rende difficile prevedere gli sviluppi del prossimo futuro.

All’incirca metà dello scambio di merci è costituito da beni intermedi: cioè da “cose che servono a fare altre cose”. La differenza fra la globalizzazione che abbiamo conosciuto a cominciare dagli anni Novanta e la “prima” globalizzazione, quella della seconda metà dell’ottocento, sta proprio qui.

Sicuramente, il miglioramento dei trasporti e l’innovazione tecnologica hanno reso possibile lo scambio di beni che, due secoli fa, semplicemente non potevano “viaggiare”. Pensiamo alla nostra dieta, che era necessariamente “locale”: la pastorizzazione e l’invenzione della macchina frigorifera risalgono alla seconda metà dell’ottocento, non a caso un’epoca di intensificazione degli scambi, ma sono state fortemente perfezionate nel corso del Novecento.

Il commercio di “cose che servono a fare altre cose” ha visto una battuta d’arresto nel 2020, ma nella seconda metà del 2021 è stato circa una volta e mezzo il dato raggiunto nel 2019. E’ in quest’ambito che, più che in altri, si osserva l’interconnessione delle catene del valore: barriere commerciali più basse, miglioramenti di carattere organizzativo, più efficaci tecnologie di comunicazione hanno ridotto i costi di transazione (tutti quei costi nei quali incorriamo per poter effettuare uno scambio) e anche quelli di coordinamento. Le diverse fasi della produzione sono ora più frequentemente situate in diversi paesi: è possibile farlo perché le aziende possono mobilitare risorse e risorse umane più lontane dal territorio in cui operano tradizionalmente.

Ma non si tratta di decisioni scolpite nella pietra: se è loro consentito, gli imprenditori continuano a cercare materie prime, componenti e strumenti dove è più conveniente. Lo stanno facendo anche in questi giorni, spinti dall’inflazione e dal fatto che due paesi di grande importanza per il mercato delle materie prime, cioè l’ucraina e la Russia, sono stati tagliati fuori dallo scambio internazionale l’uno dalla guerra l’altro dalle sanzioni.

Rispetto allo scambio di beni intermedi, ovviamente è stata importante la crescita dei commerci di tutto ciò che riguarda componenti o tecnologie legate ai vaccini. Come ha più volte sottolineato Simon Evenett, dell’università di San Gallo, la pandemia ha visto un impressionante “attivismo” in fatto di politica commerciale, ma non a senso unico. Soprattutto rispetto al settore della sanità, le spinte erano centrifughe: da una parte, si è cercato di limitare l’esportazione di dispositivi medici di colpo diventati “essenziali”; dall’altra, si è cercato di agevolare l’importazione di dispositivi medici di colpo diventati “essenziali”. “Alcuni paesi hanno agito sia mettendo in atto nuove restrizioni che liberalizzazioni, creando cambiamenti a lungo termine nella loro politica commerciale pre Covid per i settori alimentare e medico; altri paesi hanno agito solo su un lato, limitando il commercio o liberalizzandolo”.

Non troppo diversamente, nel 2021 gli investimenti diretti esteri nel mondo sono cresciuti di oltre il 70 per cento rispetto al 2020 (da 929 a 1.650 miliardi di dollari). Gli analisti segnalano che si è trattato di una crescita asimmetrica, fortemente differenziata per settore e per paese, in particolare gli investimenti greenfield (per intenderci: l’apertura di una nuova filiale in un paese straniero) restano sotto i livelli pre pandemia.

Nel 2020, il commercio di beni contava per il 42 per cento del pil mondiale. Era un valore più basso di quanto non fosse dodici anni prima, nel 2008, quando il commercio di beni aveva raggiunto il 51,2 per cento del pil mondiale. Ma non era un valore troppo diverso da quello di quattro anni prima, nel 2016 (42,4 per cento). In larga misura, questo rallentamento è fisiologico ed è ben spiegato da Scott Lincicome, l’analista del Cato Institute che è oggi forse il più attento studioso di questi temi.

Quando un paese si sviluppa, la quota della produzione agricola prima e la quota della produzione manifatturiera poi, rispetto al suo pil, tendono a ridursi: le economie più sviluppate, come sappiamo, vedono i servizi fare la parte del leone. E’ per questo che “ha senso che il commercio di beni come quota della produzione economica globale smetta di crescere al ritmo vertiginoso che ha mostrato nei periodi precedenti – anche se aumenta in termini nominali”.

Una delle eredità della pandemia è la “facilità” di scambiare servizi, nel mondo di oggi. Il mondo dell’entertainment non è mai stato così globalizzato: film, serie, contenuti culturali di vario tipo sono a portata di clic, indipendentemente dal paese in cui sono prodotti. Ciò non ha comportato una uniformazione dei gusti ma anzi ha consentito a produzioni locali di raggiungere per la prima volta un pubblico globale. Hollywood oggi è solo una delle capitali del cinema. Il flusso di “dati” che continuamente rimbalzano dai nostri computer è in larga misura internazionale e con tutta probabilità lo “scambio digitale” (fra App scaricate gratuitamente, periodi di prova, eccetera) è assai sottostimato.

Pian piano si stanno facendo largo forme di “gig consulting”: attività di consulenza a basso costo offerte in remoto. Zoom e Teams segnano una nuova frontiera nella condivisione delle informazioni: la ricerca scientifica non conosce confini. La cosiddetta “proprietà intellettuale” di una certa innovazione può essere tranquillamente sviluppata in un paese e il manufatto su cui si basa realizzato in un altro. Persino l’istruzione è stata offerta “a distanza”: l’esperienza non è perfettamente equivalente a quella “in presenza”, ma è probabile che frequentare un Mooc di una grande università americana contribuisca a sviluppare nuove conoscenze molto di più che la frequenza in aula nelle università di molti altri paesi.

Lo scambio di servizi conta per circa un quarto del pil dell’unione Europea. Alcuni servizi (per esempio le attività di manutenzione o l’ospitalità) sono intrinsecamente non commerciabili. Tuttavia, non sono pochi i vincoli che riducono le transazioni in quest’ambito: pensiamo a tutte le occupazioni che si possono svolgere soltanto su licenza.

Proprio la crescita dei servizi rappresenta un ottimo argomento per sviluppare nuovi trattati commerciali, con regole adatte al nuovo contesto produttivo. Non ce ne sono però all’orizzonte. Nelle scorse settimane, Biden ha annunciato una IndoPacific Economic Framework for Prosperity che, assieme agli Usa, coinvolge dodici paesi asiatici. Non si tratta, però, della resurrezione sotto mentite spoglie della Trans-pacific Partnership abortita a causa degli umori protezionisti degli elettori americani. Gli obiettivi, dispetti alla Cina a parte, restano poco chiari ma si è ormai compreso che non sarà un accordo di libero scambio, ovvero non faciliterà alle imprese l’accesso ai mercati degli altri paesi coinvolti. Del resto, l’amministrazione Biden si è finora dimostrata più trumpiana di Trump, lasciando in vigore tutte le norme protezionistiche introdotte dall’ex presidente e aggiungendone di nuove.

Lo spirito anticinese sembra prevalere anche sulla transizione ecologica, a giudicare dai dazi sull’importazione di pannelli solari che pregiudica, secondo le aziende, la riduzione delle emissioni.

La Ever Given e un’apocalisse evitata
Nel secondo dopoguerra, il commercio mondiale è ripartito in un certa misura grazie a decisioni di carattere politico: gli americani ricordavano bene che l’aumento dei dazi di importazione, con il Smoot-Hawley Tariff Act, aveva esacerbato la Grande depressione e alimentato tensioni internazionali. Ma più ancora che la politica, contò la tecnologia.

Già Adam Smith notava come il ricorso alle vie d’acqua accelerasse gli scambi. La “prima” globalizzazione, quella avvenuta nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, è coincisa con l’emancipazione dalle bizze dei venti, grazie alla nave a vapore. La “nostra” globalizzazione sarebbe impensabile senza lo sviluppo del container standardizzato da parte di Malcom McLean (la storia di questa innovazione, e di tutti i modi nei quali i regolatori tentarono di ostacolarla, è raccontata in un bel libro di Marc Levinson, The Box). Prima della containerizzazione, della possibilità cioè di collocare le merci appunto in una “scatola” per estrarle solo una volta raggiunta la destinazione, il carico delle navi veniva trasportato in un’orgia di barili, sacchi, casse, fusti e quant’altro. Una nave in epoca precontainer conteneva circa 200 mila pezzi singoli caricati a mano: il tempo necessario per le operazioni di carico-scarico superava spesso quello di navigazione.

Oggi, secondo una stima della National Public Radio, portare una t-shirt dal Bangladesh agli Stati Uniti costa in media 10 centesimi mentre ci vogliono 2 dollari perché dal porto di arrivo giunga fino al consumatore.

Il 2021 è stato l’anno del disastro della Ever Given, con il canale di Suez “bloccato” che ha offerto ai suoi profeti un’altra prova della fine della globalizzazione. Ma è stato anche un anno di difficoltà straordinarie incontrate dai porti americani nello ricevere e smistare le importazioni provenienti dall’asia. I container si sono accumulati a migliaia, causando così un aumento dei costi di spedizione più alti sia per il trasporto marittimo che per quello interno e nel contempo una penuria di container vuoti, domandati a loro volta dalle imprese esportatrici per inviare le proprie merci all’estero.

La ripresa post-pandemica aveva coinciso con un aumento della domanda di merci asiatiche. Negli Stati Uniti, a ogni turno i portuali dovevano seguire i nuovi protocolli Covid: screening sanitari e “sanificazione” portavano a una dilatazione dei tempi. I porti cinesi, a loro volta, funzionavano in modo intermittente, ancora condizionati dall’andamento dei contagi. Di qui gli “ingorghi” delle navi in attesa di entrare nei porti statunitensi, a cominciare da quello di Los Angeles, da cui passa un terzo delle importazioni americane che arrivano via mare.

Almeno in parte, però, i problemi venivano da lontano: secondo l’Unctad, nel 2019, rispetto al tempo che le navi container trascorrono in porto (ponderato per le dimensioni della nave) i porti statunitensi si assestavano a metà classifica e sotto la media mondiale di 23,2 ore: i porti più efficienti del mondo sono quelli di Oman (12,5 ore), Emirati Arabi (13,8 ore), Cina (15,1) e Polonia (16,6); in quelli italiani una nave passa in media 36 ore e mezzo.

La congestione dei porti statunitense è andata risolvendosi solo negli ultimi mesi. Fra la crisi mediaticamente più visibile (la Ever Given) e quella meno visibile (la situazione dei porti statunitensi), non c’è dubbio che sia la seconda ad avere avuto un impatto maggiore sugli scambi. Forse mai come quando si parla di globalizzazione, narrazione e realtà tendono a divergere.

I fattori di rischio
La ripresa post-pandemica è fortemente legata al ritorno dell’inflazione, che rappresenta forse l’elemento di maggiore divergenza fra il mondo che abbiamo conosciuto dal 1990 ad oggi e quello che verrà. Le sue conseguenze di solito vengono stimate pensando al costo del servizio del debito, destinato a crescere, con conseguenze preoccupanti per i paesi altamente indebitati. Ma forse non si considera abbastanza il fatto che due generazioni di persone non hanno avuto esperienza di un contesto nel quale i prezzi sono su una traiettoria di aumento continuo, e ciò avrà conseguenze, sul modo nel quale progettano sulle loro abitudini di consumo e sul modo in cui progettano la propria vita.

La stabilità dei prezzi viene spesso attribuita all’azione oculata delle banche centrali: ma gli eventi (e la loro continua incapacità di fare il proprio mestiere, cioè traguardare il livello dell’inflazione) suggeriscono di confidare un po’ meno nell’onniscienza dei banchieri centrali. Invece il farsi più ramificato della divisione del lavoro, la pressione competitiva da parte di produttori che in precedenza non potevano neppure affacciarsi ai nostri mercati, ha calmierato i prezzi.

Gli studiosi ogni tanto distinguono fra crescita “smithiana” e crescita “schumpeteriana”. La prima è legata, per l’appunto, al commercio. La seconda invece è l’esito dell’innovazione tecnologica. L’una e l’altra tendono però a presentarsi assieme: le tecnologie, come abbiamo visto, agevolano i commerci, la crescita del numero dei partecipanti al gioco economico si accompagna a un aumento delle teste e della creatività che possono sviluppare innovazioni nuove; queste ultime spesso implicano un uso inedito di materie prime non necessariamente disponibili nel giardino di casa.

La ricerca scientifica, come già abbiamo detto, è la più globale delle imprese e la costante interconnessione fra gruppi di ricerca ha forse qualcosa a che fare con i miracoli di cui siamo stati testimoni nella pur triste stagione della pandemia: abbiamo avuto degli strumenti di diagnosi in una manciata di giorni, in pochi mesi abbiamo avuto non uno ma addirittura quattro vaccini approvati dalle autorità di regolazione europea e statunitense. In quest’ultimo caso, è difficile negare che i governi abbiano svolto un ruolo positivo, ma non hanno “indirizzato” i programmi di ricerca, in una sorta di politica industriale sanitarie. Grazie a una buona intuizione dell’amministrazione Trump, gli Usa hanno fatto da banchieri alla farmaceutica mondiale (niente “America first”) e snellito i processi autorizzativi.

La componente “schumpeteriana” della crescita economica dei nostri tempi dovrebbe renderla più “resiliente” a fenomeni temporanei di rallentamento dello scambio globale. Se non si perde il know how, se non vanno smarrite le competenze, dovrebbe essere più facile riavviare le produzioni.

L’altro elemento di maggiore solidità della “nostra” globalizzazione rispetto alle precedenti è il fatto che essa è incardinata su “protocolli” diversi. Non sono più i trattati di scambio bilaterali a reggere le sorti del commercio mondiale, ma la complessa architettura della World Trade Organization e di accordi di tipo regionale. Si tratta di documenti giuridicamente complessi, nei quali non mancano gli spazi per manovre di tipo lobbistico e attraverso i quali alcuni settori sono riusciti a ottenere una “protezione” di fatto, mascherata sotto parole altisonanti (la sicurezza, la salute pubblica, eccetera).

Smontare questi trattati è difficile, esattamente come, in Europa, è stato meno facile del previsto ripristinare dogane e frontiere, durante la pandemia, dopo averle fisicamente eliminate. Forse perché l’idea è uscita anche dalle labbra di Christine Lagarde, si dà per scontata la riorganizzazione del mondo in blocchi regionali: i simili dovrebbero scambiare coi simili. E’ una tesi appetibile, nelle semplificazioni della guerra e della propaganda, ma forse è difficile tradurla in azioni concrete. Le militano contro sia le convenienze perseguite da imprese e imprenditori che il testo di dispositivi giuridici che non si faranno cancellare molto facilmente. Come ha scritto con molta saggezza sul Sole 24 Ore Giovanni Tria, se è necessario un nuovo ordine mondiale è “per unire il mondo e non per dividerlo in blocchi impegnati a fare prevalere la propria egemonia”. A suo modo è rassicurante che su questa strada vi siano due ostacoli non da poco: l’economia e il diritto.

Dopo le sanzioni
Il problema maggiore, forse, è di carattere culturale. Per sostenere l’ucraina, Stati Uniti ed Europa hanno deciso di usare gli strumenti più diversi: tutto ciò che, potenzialmente, indebolisce la presa di Putin sulla società russa va bene. Ma le democrazie non possono fare la guerra, sia pure guerra economica, senza un coinvolgimento capillare della loro opinione pubblica. Così, ciascuno prova a mettere il suo sassolino. La società civile si attiva attraverso i mezzi che le appartengono: sottoscrizioni, appelli, cortei. Però non sembra abbastanza. Ecco che si tentano strade nuove, più incisive.

Primarie istituzioni culturali hanno rifiutato di far suonare musicisti russi, le collaborazioni scientifiche sono state interrotte, il congresso annuale dei matematici a San Pietroburgo boicottato, gli atleti russi e bielorussi sono stati esclusi dalle paralimpiadi invernali e persino la International Cat Association ha bandito i felini russi dalle sue competizioni.

Anche le grandi organizzazioni internazionali, come il G20 e il Fondo monetario internazionale, sono entrate nel tritacarne. Biden ha chiesto di rimuovere la Russia dal G20, prima era stata Ursula von der Leyen a sostenere che fosse opportuno estromettere i russi dal Fondo monetario internazionale e prima ancora l’Ocse aveva sospeso Russia e Bielorussia. L’idea è che anche a questi organismi vada applicata la logica delle sanzioni: mettere ai margini i russi, isolarli in ogni modo. Alcuni studiosi di relazioni internazionali sostengono che per comprendere la politica di un paese verso l’esterno sia molto importante lo status che viene riconosciuto a una certa nazione. In questa prospettiva, sia le potenze “in ascesa” che quelle “in declino” sarebbero particolarmente bellicose, in un caso per conquistare una certa reputazione, nell’altro per compensare la perdita di prestigio.

Non serve condividere queste teorie per considerare pericoloso questo “cordone sanitario” attorno alla Russia. Qualsiasi cosa avvenga in Ucraina e in Russia, a un certo punto il tavolo delle trattative andrà aperto, e meglio prima che poi. Le istituzioni internazionali appartengono a una architettura complicata, che abbiamo messo a punto in mezzo secolo, per mantenere costante il dialogo fra paesi che pure hanno interessi, politiche economiche, riferimenti culturali diversi. Angela Merkel forse è stata eccessivamente elogiata finché era al potere, ma che ora il suo nome sia diventato quasi impronunciabile rivela un pericoloso entusiasmo, del tipo che prelude a processi sommari e rivolgimenti drammatici.

C’è un problema, anche di legittimità, per realtà che ne hanno sempre troppo poca agli occhi degli elettori come le grandi organizzazioni internazionali: allontanarne i russi conferma il fatto che esse altro non siano che una emanazione dell’egemone americano. Ciò di per sé le indebolisce, con effetti negativi per tutti, nel lungo termine. Parafrasando una vecchia battuta, alle trattative si va con le istituzioni internazionali che abbiamo, non con quelle che vorremmo avere. Dall’altra, in questi luoghi c’è uno scambio continuo non solo fra i capi, ma anche fra i loro sherpa e più in generale fra burocrati di diverso livello. Queste comunicazioni costituiscono parte di un’ampia conversazione, nella quale si impara almeno a conoscersi un po’ meglio.

Mercantilismo di ritorno
Anche in questo, si vede un regresso culturale. Il reddito pro capite in Russia nel 2020 era su livelli non troppo diversi da quello cinese, tre volte quello ucraino, due terzi di quello polacco, un terzo di quello italiano. Mettiamo pure che l’isolamento abbia come effetto un pesante impoverimento della popolazione. Di per sé è difficile sostenere che immiserire i russi debba essere un obiettivo politico degli occidentali. I problemi economici aiuteranno a rovesciare Putin? L’esperienza dell’embargo a Cuba o delle sanzioni al Venezuela suggerisce il contrario: l’accerchiamento delle democrazie fornisce all’autocrate un fondamentale strumento di propaganda, l’ostilità della comunità internazionale rinfocola i sentimenti nazionalisti.

Quel che è chiaro è che la logica delle sanzioni implica una recrudescenza mercantilista. Il punto di partenza è che la partecipazione ai circuiti dello scambio sia un bene e al contrario venire messi ai margini implichi un possibile impoverimento della popolazione. Ma mentre lo scambio è mutuamente benefico, avvantaggia entrambi i partecipanti, in qualche modo il danno conseguente al non prendervi parte ricadrebbe su una parte soltanto. Si crede che non avere accesso ai nostri mercati penalizzerebbe la Russia, il che è certamente vero, ma al contrario noi avremmo poco o niente da perdere dal non accedere al suo. Nella migliore delle ipotesi, la saggezza dei governi potrebbe fornirci utili “surrogati”: di qui, per esempio, la caccia al gas intrapresa bussando alle porte dell’Algeria e dell’Egitto.

Il dettaglio che sembra sfuggire è che non sono i governi o le nazioni a scambiare: bensì le imprese e, in ultima analisi, gli individui. I quali scompaiono totalmente dal quadro: sono nella migliore delle ipotesi pedine di cui si può fare a meno, nel grande gioco dei governi.

Inoltre, i tentativi di sostenere l’utilità delle sanzioni si fissano sugli effetti economici suscitati nei paesi “colpiti”, in questo caso la Russia. Ora, di analisi costi-benefici in senso proprio n

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