Minogue, il conservatore che amava la libertà

Si è spento venerdì scorso a Londra il filosofo, autore de "La mente liberal" e "La mente servile"

1 Luglio 2013

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Con la morte di Kenneth Minogue – spentosi venerdì scorso – la cultura occidentale perde un analista di straordinaria lucidità e un critico spietato di questi tempi difficili. Conservatore “alla anglosassone”, e quindi schierato a difesa del libero mercato (fu anche presidente della Mont Pèlerin Society), Minogue è stato un filosofo particolarmente attento alle trasformazioni sociali e del Novecento e un appassionato difensore delle buone ragioni della tradizione europea.

Nato il 30 settembre 1930 in Nuova Zelanda, nel 1955 egli insegnerà per decenni nel Regno Unito, alla London School of Economics. All’interno del mondo inglese egli s’impone presto (“The Liberal Mind” è del 1963) quale interprete di quella scuola di pensiero che aveva avuto in Michael Oakeschott una delle voci più illustri.
Nelle pagine di Minogue è sempre forte la consapevolezza che le difficoltà contemporanee possono essere meglio comprese se ci si sofferma sui paradigmi teorici che ne sono alla radice. In “The Liberal Mind” (pubblicato in italiano da Liberilibri con il titolo “La mente liberal”) egli evidenzia come il progressismo si regga sull’ingenua fiducia che sia possibile tutto disfare per tutto rifare. Alle radici dello statalismo novecentesco, insomma, c’è una tradizione razionalista che ha generato pure quell’utilitarismo che pretende di amministrare gli uomini basandosi su un’aritmetica della felicità.

La sua critica alla cultura “liberal” non risparmia lo stesso liberalismo classico (da Locke a Smith), schiacciato su quella linea di pensiero che in vario modo avrebbe preparato il nostro tempo. In seguito, però, egli in parte modifica il proprio giudizio, diventando pure un interprete intellettuale della rivoluzione thatcheriana e accostandosi sempre più alle tesi di uno dei più spietati critici del costruttivismo politico: Friedrich A. von Hayek.
Al termine di tale tragitto si colloca quel suo libro del 2010 (“La mente servile”) che, nel corso degli ultimi anni, Minogue presentò a Milano due volte: in una conferenza sui limiti delle “politiche idealiste” e, qualche mese dopo, in occasione della traduzione in italiano grazie a IBL Libri. Qui l’autore riprende il filo delle proprie precedenti analisi sulle patologie del “secolo breve”, ma rafforza la sua critica agli aspetti più illiberali dello Stato democratico e sviluppa una riflessione assai controcorrente sulle perversioni di quel “politicamente corretto” sempre più intimidatorio nei riguardi di ogni pensiero non allineato.

In particolare, Minogue introduce la nozione del “politico-morale”, con cui attacca al contempo la vocazione della politica a diventare l’unico orizzonte della nostra esperienza etica (così che il dovere di rispettare la legge prevale su ogni esigenza di coraggio, generosità, integrità), proprio mentre il Potere si attribuisce obiettivi che non dovrebbero essere suoi. La politica si fa morale e la morale viene confinata nel ristretto recinto in cui agisce il cittadino onesto, con conseguenze disastrose.
È questa una lezione che non dovremo disperdere.

Da Il Giornale, 30 giugno 2013

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