Metro di Roma: la corsa degli impuniti

Chi chiede continuamente, a gran voce, “più regole” sarebbe bene fosse il primo a rispettarle

6 Luglio 2015

IBL

Argomenti / Politiche pubbliche Teoria e scienze sociali

Chi chiede continuamente, a gran voce, “più regole” sarebbe bene fosse il primo a rispettarle, le regole. Invece così non è: perlomeno in Italia.

 

È il caso di quanto sta succedendo al trasporto pubblico di Roma. Da giorni, i macchinisti della rete metropolitana stanno interrompendo il servizio pubblico di trasporto senza aver indetto uno sciopero formale, ma semplicemente incrociando le braccia.

Romani e turisti si sono trovati ad aspettare la metropolitana anche per un’ora, senza alcun preavviso, nemmeno un biglietto ai tornelli.

Sul sito Atac, si legge che i rallentamenti sembrano dovuti a iniziative individuali «dovute all’applicazione anche al personale operativo del sistema automatico di rilevazione delle presenze». In soldoni, alcuni (quanti?) dipendenti non vogliono sottostare al controllo dei tornelli per la presa e l’uscita dal servizio. Perché il messaggio arrivi chiaro e tondo, semplicemente si rifiutano di lavorare. 

Si tratta di legittimo esercizio del diritto di sciopero per protestare contro una nuova condizione lavorativa, peraltro di evidente buon senso? A noi sembra più interruzione di pubblico servizio.

La differenza è chiara, norme alle mano. La legislazione, già in vigore, impone determinate formalità perché l’astensione dal lavoro sia legittimo esercizio di un diritto. Formalità che, a Roma, sono state bellamente ignorate: nessuno ha dato preavviso, nessuno ha apertamente indetto uno sciopero, la Commissione nazionale per gli scioperi non ha certificato un servizio minimo garantito. 

Cosa diremmo di un’azienda privata che, ricevuta in appalto la fornitura di un servizio essenziale, decidesse unilateralmente di smettere di occuparsene, per spuntare un contratto migliore? 

Nessuno “assolverebbe” il proprietario o il manager dell’impresa.

In questo caso, abbiamo davanti dei dipendenti di una società pubblica che scelgono di non lavorare, per protesta contro il controllo del rispetto dell’orario di lavoro. Nonostante un articolo del codice penale che qualifica tale comportamento come reato, nonostante una legge che prevede quali sono le forme di contestazione legittime, nonostante un’autorità indipendente chiamata a sorvegliare sul rispetto di tale legge. 

Non sono “regole” anche queste? Perché non fa nemmeno notizia, che vengano bellamente ignorate?

L’amara risposta sta nel fatto che le relazioni sociali e industriali nel nostro paese sono stabilite a prescindere dalle “regole”. I sindacati le invocano per gli altri: ma quelle che riguardano loro non sono che un accidente passeggero.

Non bastano le leggi e le autorità di controllo perché si risponda delle proprie responsabilità. Occorre che il circuito venga attivato. Occorrerebbe, nel caso romano, la immediata risposta dell’azienda pubblica, e se questa non dovesse avvenire, l’immediata risposta del Comune di Roma e del suo sindaco, al quale i vertici dell’azienda pubblica rispondono. L’afonia dell’una e dell’altro ne certifica non solo l’indifferenza nei confronti del cittadini: ma anche, quel che è peggio, la debolezza verso i prepotenti.

Nel frattempo, gli utenti del monopolistico servizio pubblico, al di là di tentare la disperata via di denuncia di interruzione di pubblico servizio, non hanno alternative. 

Sono sudditi impotenti: privi della libertà di scegliere una concorrenza che non c’è, umiliati dalla prepotenza di chi si sottrae, indisturbato, al più banale dei controlli.

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