La «Melonomics» dopo Liz Truss

Spavalda, senza alleanze e pronta alla retromarcia. La premier Uk non è un buon esempio per il governo che verrà

10 Ottobre 2022

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Politiche pubbliche

«The lady is not for turning», la signora non farà marcia indietro. Fra i discorsi di Margaret Thatcher, pochi la identificano di più di quello tenuto in occasione della conferenza del Partito Conservatore del 1980. Lo scrisse il drammaturgo Sir Ronald Minar. L’inversione a U, lo U-Turn, divenne un «you turn if you want to», fate marcia indietro voi se volete. Liz Truss, la nuova primo ministro inglese, ha fatto della Thatcher un modello.

Il suo mini-budget non è stato accolto bene da mercati e osservatori, per usare un eufemismo: la sterlina è crollata salvo risalire rapidamente dopo l’intervento della Banca d’Inghilterra (l’annuncio di una sorta di QE selettivo) e il parziale voltafaccia del Cancelliere dello Scacchiere Kwasi Kwarteng. Prese singolarmente, è difficile sostenere che le misure originariamente annunciate da Truss e Kwarteng fossero poi così controverse. Nel dettaglio le maggiori erano: una riduzione dell’imposta sulla compravendita degli immobili e il mantenimento al 19% dell’imposta sul reddito d’impresa, l’una e l’altra cosa in controtendenza rispetto a quanto fatto da Johnson, che aveva pianificato un ritocco verso l’alto dell’una e dell’altra; l’introduzione di nuove «investment zone» (l’equivalente delle nostre zone economiche speciali) a fiscalità agevolata; la riduzione di un punto dell’aliquota più bassa dell’imposta sul reddito(dal 20 al 19%) e l’eliminazione dell’aliquota per lo scaglione più alto (che sarebbe così passata dal 45 al 40%). L’attenzione generale si è fermata su quest’ultima iniziativa e Truss e Kwarteng se la sono velocemente rimangiata. In realtà, l’impressione è che tutto questo pacchetto d’iniziative «offertiste» fosse più che altro un’iniziativa di comunicazione, volta a coprire l’intervento più corposo: cioè i 60 miliardi di sterline per calmierare i prezzi dell’energia per imprese e famiglie.

Alla Conferenza del Partito Conservatore a Birmingham, Kwarteng ha annunciato che non limerà l’aliquota più alta dell’imposta sul reddito. I giornali hanno riportato l’impressione di un partito confuso, già pronto a ribellarsi contro la premier che si è scelto appena qualche settimana fa. Paradossalmente, non sono state le iniziative in tema di energia a suscitare la protesta dei parlamentari, ma misure fiscali che tutti si sono affrettati a mettere alla berlina come «ideologiche». Se dopo David Cameron è difficile indicare un primo ministro Tory che sia stato prudente sotto il profilo fiscale, i predecessori di Truss almeno promettevano di esserlo. La nuova premier ha voluto invece accelerare il passo, per marcare le distanze dal predecessore.

Questa volta l’abusata citazione di Fouché calza a pennello: possiamo addebitarle qualcosa di peggio di un crimine, un errore politico. Anzi due. Il primo è la spavalderia con cui si è mossa, senza preparare adeguatamente il terreno presso la stampa e gli operatori finanziari. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato i suoi 200 miliardi di sussidi energetici incassando solo critiche di tipo politico, quelle di chi lo accusa di aver rotto un ipotetico fronte comune europeo sul price cap. Scholz è forte di un bilancio tendenzialmente sano, quello lasciatogli in eredità da Angela Merkel e Wolfgang Schauble, ma nel primo paese manifatturiero d’Europa la crisi energetica disegna prospettive ben peggiori che nel Regno Unito.

Il secondo errore politico è aver fatto retromarcia in pochi giorni. Come sarà possibile, in futuro, fidarsi di un capo del governo che si affretta a cancellare un provvedimento che pensava fosse grandemente segnaletico e che in qualche modo doveva servire a definire il suo stesso percorso politico? Truss è stata, anche in questo, poco thatcheriana. Anche in questo, perché la Lady di Ferro apparteneva a quella genia, ormai estinta, di politici conservatori che avevano il sacro terrore del debito. Cresciuta nell’economia frugale del dopoguerra, educata alla parsimonia, nel 1981 la Thatcher alzò le tasse per due punti di Pil. Lo fece contro il consenso keynesiano dominante, per cui una stretta fiscale avrebbe depresso la domanda peggiorando la recessione. Truss al contrario ha abbracciato una sorta di «keynesismo di destra», cercando di immettere risorse in una economia dove l’inflazione ormai è stabilmente a due cifre.

Sussidi e tentativi più o meno creativi di «mettere quattrini nelle tasche dei cittadini», oggi, tutto possono fare tranne contribuire a ridurre la galoppata dei prezzi. In qualche modo, Truss è forse stata così spavalda perché pensava di andare nella stessa direzione della corrente: di provare a sanare col balsamo del denaro pubblico le ferite della crisi energetica, come stanno facendo tutti, aggiungendovi una spruzzata di tagli fiscali.

Quella di Londra è una lezione anche per Roma? Giorgia Meloni è stata molto attenta a circoscrivere le promesse dei suoi alleati, durante la campagna elettorale. Senz’altro, però, ha l’esigenza di marcare le distanze col suo predecessore e di fare intravedere i contorni di una possibile «Melonomics». Riceve in eredità un debito pubblico che vale una volta e mezza il Pil. L’inflazione può aiutare, sotto questo profilo, ma riduce anche i margini di manovra in politica fiscale, a maggior ragione per un paese dell’area dell’euro. La premier italiana è condannata a essere al tempo stesso più creativa e più accorta della collega britannica. Anche perché, davanti ai suoi elettori e al mondo, retromarce non se ne potrà permettere.

Da L’Economia del Corriere della Sera, 10 ottobre 2022

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