Manager strapagati? Bene per le aziende

Mingardi: è più facile prendersela con i “ricchi” che fare quelle riforme che potrebbero aiutarci a diventare tutti un po' più ricchi.

16 Aprile 2022

Libero

Argomenti / Economia e Mercato

Alberto Mingardi, docente di Storia delle dottrine politiche alla Iulm di Milano e direttore dell’Istituto Bruno Leoni, dello shock in Francia per il super stipendio di Tavares non si meraviglia affatto.

Professore, perché non è sorpreso?
«In Francia il libero mercato non è granché popolare, e non da oggi. Ovviamente conta molto il fatto che siamo nel più delicato momento elettorale, quello fra il primo e il secondo turno».

Macron ha addirittura parlato di remunerazione “offensiva”…
«Offensiva non lo so, problematica di sicuro. Il “pacchetto” dei compensi di vertice è stato bocciato all’assemblea degli azionisti, col 52% dei voti. Questo non è un dettaglio. Così come non ci si fa una gran figura a far votare gli azionisti sul tema salvo poi andare avanti secondo quanto già deciso dal Board…».

Il governo francese ha proposto di discutere a livello europeo di limiti a questo tipo di consensi. All’improvviso vogliono una Ue socialista?
«La politica tende a vedere i super-stipendi come un problema di per sé. Una grande impresa deve utilizzare la leva delle compensazioni per far sì che i manager gestiscano l’azienda nel modo più coerente possibile con l’interesse degli azionisti. Se i politici fossero un po’ meno populisti e volessero sul serio porsi il problema, dovrebbero ragionare in modo diverso. Accertarsi che al mercato arrivino informazioni corrette e trasparenti, per esempio».

Se non altro lo stipendio di Tavares è riuscito a mettere d’accordo Macron e Le Pen…
«Macron non poteva comportarsi diversamente. In un universo parallelo, Le Pen avrebbe potuto difendere Tavares e auspicare che la Francia mettesse talenti manageriali al servizio del Paese. Avrebbe dimostrato di aver tagliato i ponti col populismo».

In generale, quanto pesa il fatto che lo Stato francese sia socio di minoranza?
«È forse una delle poche questioni nelle quali lo Stato non è un azionista poi diverso dagli altri: anche lo Stato desidera dividendi. Il problema con lo Stato è un altro, cioè che per accedere alle posizioni di vertice i buoni rapporti con la politica diventino una conditio sine qua non… Una cosa è mantenere buone relazioni con la politica per salvaguardare l’azienda, altra è cercare buone relazioni con la politica per arrivare a guidare un’azienda».

In linea generale, ha senso imporre dei limiti?
«È una logica tutta “politica”: si decide che qualcuno non deve guadagnare “troppo” perché i suoi guadagni farebbero scandalo. Ma proibire per legge di remunerare un manager oltre una certa soglia può avere altri effetti (per esempio, creare gli stessi super-stipendi tramite benefit)».

Ma in base a cosa si dovrebbe stabilire una remunerazione giusta?

«Non ne esiste una in assoluto. Dipende dalle condizioni, dai rapporti con gli azionisti, molto spesso dalla complicità del Board. Se c’è qualcuno che pensa che un’azienda abbia un potenziale inespresso a dispetto della remunerazione dorata del Ceo in un mercato dei capitali libero può cercare di acquisirne il controllo. Nel mondo di poison pill e golden power in cui noi viviamo, è molto più difficile».

Pensa che polemiche del genere possano creare invidia sociale?
«Sicuramente. Ma la politica gioca sull’invidia sociale. Soprattutto in periodi economicamente complicati è più facile prendersela con i “ricchi” che cercare di fare quelle riforme che potrebbero aiutarci a diventare tutti un po’ più ricchi. Purtroppo è così. E non solo in Francia».

da Libero, 16 aprile 2022

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