Ma le carriere separate restano propaganda

Sin dal 2011 la riforma della giustizia è stato uno dei punti più caratterizzanti dell'intero programma del centro destra

13 Maggio 2024

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

La riforma della carriera dei magistrati annunciata dal governo vanta diversi precedenti, a partire dai lavori della Commissione D’Alema nel 1997. Nel 2011, con la proposta del secondo governo Berlusconi, la separazione delle carriere è diventata uno dei punti più caratterizzanti del centro destra, in particolare di Forza Italia.

Al momento, c’è solo un accordo di maggioranza, emerso la scorsa settimana da un incontro a Palazzo Chigi tra il ministro Nordio, il sottosegretario alla giustizia Sisto, il Sottosegretario Mantovano, i presidenti delle commissioni di Camera e Senato e i responsabili giustizia dei partiti di maggioranza. L’intesa riguarderebbe la separazione delle carriere dei magistrati, con concorso distinto, e dei Consigli superiori di magistratura. Un punto importante sarebbe l’istituzione di un’Alta corte per i giudizi disciplinari a carico di entrambe le categorie. Resterebbero ancora da definire, invece, il metodo di elezione dei membri togati e il numero di membri laici, cioè quelli eletti dal Parlamento.

Una separazione delle carriere che mantenga uguale dignità e garanzie di indipendenza a entrambe le tipologie di magistrati e che si basi solo sulle modalità di accesso e autogoverno separa i destini della magistratura inquirente da quelli della magistratura giudicante e restituisce, all’interno ma anche all’esterno dell’ordine, cioè presso l’opinione pubblica, la consapevolezza di un ruolo differente. Una consapevolezza necessaria per uscire dalle ambiguità che hanno contribuito a provocare le ben note derive giustizialiste. Certo, se le indagini sembrano i processi, gli avvisi di garanzia sembrano le condanne, le misure cautelare sembrano la pena definitiva, non dipende solo da come è organizzata la magistratura. Dipende dalle regole sulle intercettazioni, dall’uso degli strumenti processuali e, non da ultimo, dalla deontologia dei professionisti, giornalisti per primi. Peraltro, la riforma Cartabia ha già ampiamente limitato il passaggio di funzioni scoraggiandolo, laddove possibile, e evitando, laddove già effettuato, che il giudice operi nella sede in cui operava con altre funzioni. Si può anche dire, come da anni ha già fatto la Corte costituzionale, che l’attuale testo costituzionale non impone la carriera unica e che basterebbe una riforma con legge ordinaria, se si volesse. Però, la questione della terzietà non deriva solo dal fatto concreto, ma anche dal fatto percepito che i giudici sono tutti sulla stessa barca. Percezione da cui, a sua volta, deriva anche la maniera con cui il mondo dell’informazione e i cittadini si avvicinano alle notizie di indagini.

Se ne è consapevoli da quasi trenta anni, se si prende come riferimento la Commissione D’Alema, ma si è anche consapevoli che l’argomento è un tabù sia per la resistenza delle associazioni rappresentative dei magistrati, che infatti sono già sul piede di guerra, sia per l’identificazione ancora forte della battaglia come la battaglia di Berlusconi, che ha pesato sulla capacità della sinistra di farne un obiettivo più alto e comune. Il Governo Meloni ha ora la forza di riprendere il progetto. Sia nei numeri sia nell’autorevolezza di un ministro, Carlo Nordio, che sul piano intellettuale sostiene non da oggi la separazione delle carriere. C’è da dire che da un anno e mezzo alla Camera dei deputati sono in discussione cinque proposte di legge di iniziativa parlamentare esattamente su questo.

Una della Lega, a prima firma di Jacopo Morrone, due del gruppo Azione/Italia Viva, a firma una di Enrico Costa e l’altra di Roberto Giachetti. Queste proposte hanno un testo identico che a sua volta riproduce un progetto di iniziativa popolare della scorsa legislatura. A queste, all’inizio del 2023 si è aggiunta una proposta molto simile di Forza Italia, dettagli a parte, di cui è primo firmatario Tommaso Antonino Calderone. Tutti e cinque i testi risultano attualmente in corso di esame in commissione Affari costituzionali della Camera.

Il fatto che il Governo annunci un suo proprio disegno di legge può voler dire due cose. O che, nel merito, i testi in esame in Parlamento non gli piacciono; o che giudica preferibile, per strategia politica, ricominciare da zero. Tutte le proposte già in commissione ritengono che la separazione delle carriere, basata su separazione degli organi di autogoverno e concorsi diversi, sia un mezzo necessario al raggiungimento della terzietà e imparzialità del giudice, perché eviterebbe le ambiguità e i conseguenti comportamenti dati dal rapporto di colleganza tra pubblici ministeri e magistrati. Più in dettaglio, anche le proposte mantengono una composizione mista laica-togata e non escludono la possibilità di sorteggio per la componente togata. Tutte prevedono un aumento del numero dei componenti eletti dal Parlamento. Oggetto e obiettivi dell’intesa di governo sembrano quindi coincidere con quelli delle iniziative parlamentari già in agenda. La distinzione dei concorsi, delle carriere, degli organi di autogoverno all’interno di un unico ordinamento giudiziario, che mantenga l’equilibrio tra la necessità di non sottoporre i pm al potere esecutivo e quella di distinguerne il ruolo, prima ancora che le singole funzioni, rispetto ai magistrati giudicanti, accomuna sia i testi già in Commissione alla Camera, sia l’idea del governo e del ministro Nordio.

Se si volesse raggiungere lo scopo di riformare l’ordinamento giudiziario, sarebbe forse più utile anche a rivitalizzare il ruolo del parlamento e dei partiti in parlamento se il governo volesse investire nelle proposte già presentate, di cui due vengono dalla Lega e da Forza Italia, cioè da partiti di maggioranza. Margini di azione ci sono, perché i testi non sono ancora approvati nemmeno in Commissione e non sembrano lontani dalle intenzioni emerse dalla riunione di governo e maggioranza. Alternativamente, bisogna ritenere che, più che il merito delle riforme, stia a cuore un messaggio di attivismo politico da campagna elettorale, in vista delle europee. Cosa, si vuol credere, lontana dal vero, trattandosi al tempo stesso di una battaglia storica del centro destra, in particolare di Forza Italia, di uno dei punti programmatici con cui Giorgia Meloni ha ottenuto la fiducia in Parlamento, nonché di una delle idee del ministro Nordio, quando non era ancora ministro.

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