Lo Stato si ritiri se vuole sconfiggere la criminalità

Liberilibri pubblica "Crimine e Potere. Due lezioni londinesi" a cura di Alberto Mingardi

24 Novembre 2014

La Gazzetta del Mezzogiorno

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

C’è stata una fase della storia moderna durante la quale l’Inghilterra ha rappresentato il cuore della civiltà occidentale: un vero faro per molti. È stata una lunga stagione che ha avuto forse il suo momento più glorioso nell’età vittoriana, quando il mondo intellettuale londinese era dominato da Herbert Spencer, autore oggi un po’ dimenticato ma i cui lavori, in quegli anni, vennero tradotti ovunque e godettero di un enorme prestigio. Spencer non fu però l’unico significativo pensatore politico di quel periodo. E oggi il lettore italiano può accostare un altro liberale di quel tempo, Thomas Hodgskin, di cui Alberto Mingardi ha curato e tradotto due scritti: Crimine e Potere. Due lezioni londinesi (Liberilibri ed., euro 16,00).
In questi testi si avanza la tesi che l’espansione del potere politico favorirebbe l’aumento della devianza e della delinquenza, così che lo Stato se volesse davvero avversare la criminalità dovrebbe in primo luogo ritrarsi. Più che investire in un’azione repressiva, il potere pubblico farebbe bene ad adottare una strategia di contenimento della propria sfera d’azione. La tesi può sembrare infondata, ma non lo è se si considera che lo Stato moderno è l’istituzione che con più intensità aggredisce vita e proprietà.
Con le guerre e con le tasse esso contribuisce a diffondere una rappresentazione sempre più indebolita dei beni che più dovrebbero essere protetti. In effetti, quando ad esempio politici e burocrati si permettono di depredare i produttori di ricchezza, essi stanno affermando la tesi che i beni altrui sono disponibili. I criminali ne prendono atto.

Talvolta classificato ricardiano e socialista, Hodgskin era in realtà uno smithiano radicale che non aveva alcuna fiducia nell’azione dello Stato. Egli riteneva che si dovessero liberare le forze del mercato e in tal modo spezzare il nesso che collegava i potentati economici e gli uomini di governo. Come altri liberali del tempo e dei decenni precedenti, guardava all’aristocrazia terriera come al proprio «nemico di classe» e confidava dunque che le forze del lavoro (operai e imprenditori) potessero porre le basi per una società più giusta.

Letto oggi in modo superficiale, questo inglese di metà Ottocento potrebbe apparire un progressista assai più che un liberale innamorato della concorrenza. Ma in quel mondo gli «smithiani» erano intellettuali estremisti, avversi ai monopoli pubblici e alle protezioni di questo o quel gruppo. In tal senso non deve stupire che egli pensi, come rileva Mingardi, che «il diritto penale fa solo gli interessi di chi comanda». E se qualcuno vede qui una riproposta del rapporto marxiano tra struttura e sovrastruttura prende un granchio, poiché Hodgskin attribuisce al potere politico una centralità che non c’è nel Manifesto o ancor meno nel Capitale.

Il liberalismo di questo autore è ancora una visione dinamica, fiduciosa nel futuro, pronta a sfidare ideologie vecchie o nuove. Sarà solo con il trionfo del socialismo che la dottrina liberale entrerà in difficoltà, dividendosi in due tronconi: uno orientato a sposare tesi variamente interventiste; e un altro più fedele all’ispirazione originaria (difesa della proprietà, della libertà di iniziativa, del mercato), ma spesso orientato più a difendere che a promuovere. Riprendere in mano come Hodgskin, allora, significa sperare che la filosofia della libertà in tutto l’Occidente possa tornare a indicare prospettive innovatrici.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 22 novembre 2014

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