Fino a che punto le frasi, anche le più indecenti, possono essere pericolose?
Fino a che punto le frasi, anche le più indecenti, possono essere pericolose? Come sempre, la risposta è facile a dirsi, difficile a realizzarsi.
A parole, esiste una differenza fra un discorso odioso e un discorso d’odio, che inciti alla violenza e che sia fonte diretta di pericolo. La differenza è nel fatto che le parole, per quanto odiose, non possono da sole essere esplosive. Per essere tali, per compromettere la sicurezza degli altri, devono essere accompagnate da un elemento di violenza che è estraneo alla sola forma verbale.
Nei fatti, stabilire però se manifestare un pensiero carico di odio induce a praticarlo, mettendo in pericolo l’ordinato vivere civile, è davvero complicato.
Nei giorni scorsi, l’imam Mohamed Shahin di Torino è stato espulso con provvedimento del ministro dell’Interno Piantedosi per aver dichiarato e ribadito la non violenza delle atrocità del 7 ottobre 2023 contro gli israeliani, di sostenere Hamas e di «essere d’accordo con quello che è successo».
L’espulsione amministrativa, introdotta dal testo unico sull’immigrazione del 1998, è consentita per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato ed è disposta dal ministro dell’Interno. Specie dopo gli attentati ispirati dall’integralismo musulmano, gli interventi di espulsione hanno anticipato la concretezza del pericolo per l’ordine pubblico, fino a diventare una misura di prevenzione difficilmente contestabile. Il ministro, infatti, gode di ampia discrezionalità nel valutare le esigenze di sicurezza nazionale e un eventuale ricorso al giudice di norma soccombe rispetto all’esercizio di una funzione di alta amministrazione, in quanto direttamente imputabile al ministro stesso.
L’espulsione dell’imam di Torino è l’ultima di una ormai lunga serie di provvedimenti simili, in particolare verso esponenti di religione musulmana. Anzi, dopo l’attentato alle Torri Gemelle è divenuta lo strumento di principale uso per contrastare la radicalizzazione religiosa di matrice islamica. È da quella infausta data, infatti, che la categoria della sicurezza è entrata nella quotidianità del lessico e della pratica giuridica. Da allora, religione e sicurezza hanno smesso di essere l’una il sostegno dell’altra e hanno iniziato un lungo conflitto faticosamente gestito dai governi.
Il terrorismo di matrice islamica, in particolare, ha messo in contrapposizione religione e protezione della democrazia, in un contesto di difficile dialogo anche per la mancanza di un’organizzazione confessionale di questa religione e per l’emersione (e l’emergenza) del terrorismo incubato nelle sue forme deviate. L’appartenenza alla religione musulmana è diventata così una specie di elemento indiziario di pericolosità, che, sommato a dichiarazioni odiose come quella dell’imam di Torino, può bastare a giustificarne l’allontanamento dal suolo italiano.
L’espulsione infatti, a meno che non vi siano elementi che conoscono i servizi italiani e che noi non possiamo conoscere, pare motivata esclusivamente dalle parole prima citate. Parole inascoltabili, certo, ma se fossero solo queste dovremmo porci la domanda fino a che punto si può alzare il livello di allerta e prevenzione.
La sicurezza è un limite ai diritti di libertà. Le manifestazioni possono essere impedite, le libertà di circolazione, soggiorno, associazione possono essere limitate per motivi di sicurezza. Ma è dannatamente complicato decidere, prima che sia troppo tardi, se l’ordinato vivere civile sia sotto minaccia.
Se vogliamo che le nostre democrazie e le libertà che ogni giorno vi esercitiamo non siano solo riparate quando vengono offese, ma protette dall’essere offese, dobbiamo accettare un grado di prevenzione che porta, inevitabilmente, una forma di controllo di quello che facciamo e diciamo.
Se questo è il compromesso teorico da accettare, la vicenda di Torino è tuttavia frutto di due errori, molto lontani tra loro.
Il primo è un errore “a destra”. Con la sua deriva securitaria, il governo non ha solo inventato nuovi, inutili reati. Ha anche mostrato un atteggiamento di chiusura verso ciò che non è cultura tradizionale e che, con particolare riferimento alla religione musulmana, ha avuto il suo picco nelle dimissioni, un anno fa, dell’intero Consiglio per le relazioni con l’Islam, dopo che il ministro Piantedosi ne aveva congelato la decennale attività. Non sempre il dialogo è proficuo e utile, ma certo averlo interrotto non è stato un buon segnale di volontà di integrazione.
Il secondo è invece un errore “a sinistra”. Da anni, le sinistre – non solo quella italiana – hanno alzato il livello del discorso d’odio ridefinendo, o volendo ridefinire, i limiti della libertà di espressione e il concetto di vittima.
L’espansione dell’hate speech è tale che vi si includono opinioni e critiche, persino sberleffi e motti che un tempo erano considerati tollerabili. Se l’asticella di ciò che è accettabile dire si abbassa, allora non importa che le parole odiose siano dette contro questa o quella categoria di persone, o questo o quel fatto storico, che a dirle sia una persona di religione protestante che si chiami Charlie Kirk o di religione musulmana che si chiami Mohamed Shahin.
La libertà di parola o la si difende sempre, o si accetta che possa costituire un elemento di radicalizzazione da combattere, a prescindere dalla natura del discorso, da chi lo fa e dai suoi destinatari.