Liberalizzazioni da accelerare per governare il caro energia

Il conto più salato lo stanno pagando quelli che hanno creduto allo slogan della “maggior tutela”

9 Febbraio 2022

Il Foglio

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

Il governo si affanna a trovare strumenti efficaci per proteggere gli italiani dal caro energia. Eppure c’è un modo semplice, che non costa nulla alle casse dello Stato: accelerare la liberalizzazione. Tra le famiglie e le micro imprese, il conto più salato lo stanno pagando quelle che si sono fidate della pubblicità ingannevole di Stato e hanno creduto allo slogan della “maggior tutela” – il nome della tariffa regolamentata che in teoria dovrebbe proteggere i consumatori dalla giungla del mercato. Lo certifica l’Istat secondo cui, nel mese di gennaio, i prezzi di tutela sono cresciuti molto più rapidamente di quelli sul mercato libero (+47,8 per cento contro +5,1 per cento la luce e +37,5 per cento contro +10,7 per cento il gas). Come è possibile?

Lo spiega l’Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) nel monitoraggio annuale appena pubblicato: “le opportunità di risparmio rispetto alla tutela sono aumentate nel corso del 2021, sia in termini di numero di offerte disponibili che di importi risparmiati. In particolare, sono cresciute a partire dal luglio in poi, parallelamente con l’aumento dei prezzi all’ingrosso”. La maggioranza dei consumatori lo ha capito: oltre il 60 per cento delle famiglie e il 70 per cento delle micro imprese hanno abbandonato la “tutela”. Eppure, non sono trascorsi due mesi da quando il Parlamento (col parere favorevole del Governo) ha approvato il rinvio della liberalizzazione dal 1 gennaio 2023 al 2024, che già un nuovo emendamento del Movimento 5 stelle propone di rimandare tutto al 2025.

Chi osteggia la liberalizzazione sostiene che, negli anni scorsi, i prezzi sul libero mercato hanno occasionalmente superato quelli di tutela. Si tratta in buona parte di una fake news: basta guardare i dati Istat relativi agli ultimi anni. Ma, in ogni caso, molti consumatori sul libero mercato scelgono offerte a prezzo fisso: chi lo fa sottoscrive una sorta di assicurazione. E’ disposto a pagare leggermente di più nei periodi “normali”, ma si mette al sicuro durante le fasi, come quella attuale, segnate da prezzi eccezionali. Non è neppure vero che il passaggio al libero mercato è in sé un rischio per gli individui meno dinamici. C’è infatti il precedente delle piccole e medie (ma non micro) imprese, uscite dalla tutela lo scorso luglio.

L’Arera ha bandito delle aste per individuare nuovi fornitori. Il risultato? “L’elevata partecipazione alle procedure concorsuali… ha a sua volta fatto emergere prezzi di assegnazione che, nella maggior parte dei casi, risultano più convenienti” rispetto alla maggior tutela. L’enfasi sulla decarbonizzazione dovrebbe far cogliere l’importanza di stimolare i consumatori a farsi parte attiva. Ciò è incompatibile con un meccanismo disegnato proprio allo scopo di standardizzare e ingessare il mercato stesso.

E’ probabilmente questa considerazione che ha indotto il Ministro Roberto Cingolani a inserire la liberalizzazione tra le priorità strategiche della Transizione ecologica. La stessa Commissione europea ha chiesto di inserirla tra le riforme del Pnrr. Invece, i continui rinvii creano confusione e alimentano le truffe telefoniche di operatori senza scrupoli e call center pirata, come se non bastassero gli abusi rintuzzati nel passato dall’antitrust. Come uscirne?

Il governo dovrebbe adottare fin da subito i provvedimenti attuativi necessari, in modo da dare un messaggio di certezza. E dovrebbe varare una campagna di comunicazione per informare i cittadini e le imprese della tempistica e delle modalità della liberalizzazione, oltre che dei potenziali risparmi che essi possono conseguire scegliendo le offerte più convenienti sul libero mercato.

da Il Foglio, 9 febbraio 2022

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