Liberali, la riscossa studiando Ricossa

Contro le «mode» dell'economia

8 Maggio 2017

La Gazzetta del Mezzogiorno

Giuseppe Portonera

Forlin Fellow

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Sergio Ricossa ha dedicato una parte importante della sua vita a tenere alta la bandiera del liberalismo classico, in un Paese ad esso piuttosto allergico. In questa sua impresa, egli è stato aiutato da una delle penne più felici e brillanti in cui un lettore possa avere la fortuna di imbattersi: per averne conferma, è sufficiente accostarsi alla lettura di uno dei suoi più riusciti pamphlet, I fuochisti della vaporiera. Gli economisti del consenso, appena ripubblicato dall’Istituto Bruno Leoni (IBL Libri, euro 16,00).

Come ha notato Alberto Mingardi nella prefazione al testo, I fuochisti della vaporiera si inscrive nella prolifica attività editoriale di Ricossa, che era convinto che «diffondere i rudimenti dell’economia politica» fosse «il primo passo nella costruzione di un apprezzamento più ampio delle istituzioni della società libera». Il libro è innanzitutto un piccolo compendio di storia delle diverse «mode» economiche che l’Italia ha conosciuto. Il viaggio inizia con quella «liberale» dei Pareto e degli Einaudi, per concludersi con quella «euro-comunista», che al momento della pubblicazione del libro, nel 1978 era la politica promossa dal PCI di Enrico Berlinguer. In mezzo a questi estremi temporali, poi, Ricossa affronta, con piglio rigoroso e gustoso, la moda «keynesiana», quella «della programmazione» e quella «sindacale».

Ma il libro non è solo una rassegna (polemica) delle varie scuole di pensiero economiche: esso è, soprattutto, una serrata critica ai cosiddetti «economisti del consenso». Sono loro i «fuochisti della vaporiera», i quali aspirano al ruolo privilegiato di «consiglieri del Principe», nella speranza di ispirarne e orientarne l’azione governativa. Il loro archetipo è, ovviamente, John Maynard Keynes, il quale, con la sua Teoria generale, ha fornito ai politici di tutto il mondo «una intelligentissima giustificazione teorica alla loro propensione pratica a sperperare il denaro pubblico». Offrire «giustificazioni» è ciò che continuano a fare gli emuli odierni di Keynes. Poco importa che queste siano spesso anche troppo difficili da comprendere: esse esistono e sono dominanti, nonostante la convinzione altra di diversi commentatori italiani, negli ambienti culturali che contano (si pensi al Capitale nel XXI secolo di Piketty).

Ma gli «economisti del consenso» non sono i «filosofi al potere» di platonica memoria: il loro successo è dettato dal fatto di spiegare ai politici esattamente quello che questi ultimi vogliono farsi spiegare. Allora, più che influenzare, gli scienziati economici vengono influenzati; più che orientare, essi vengono orientati.

Cosicché non sono gli uomini pratici ad essere schiavi di qualche economista defunto, come pensava Keynes: sono spesso gli economisti viventi a essere irretiti dai governanti di turno.

In questo, le mode economiche italiane sono assai ricorrenti e spesso si ripetono: fatta eccezione per quella «liberale» (purtroppo) e per quella «euro-comunista» (almeno nel nome), le mode «keynesiana», «sindacale» e «della programmazione» sono una costante sia del nostro passato che del nostro presente. Leggere e diffondere la lezione di Ricossa potrebbe, però, essere utile a renderle parte meno certa del nostro futuro.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 Maggio 2017

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