LA RECENSIONE
Finalmente in libreria un saggio chiaro e pieno di visione sul grande cortocircuito dell’Intelligenza artificiale del quale siamo irrimediabilmente prigionieri nell’Unione Europea e sul ruolo decisivo che può avere l’Italia trasformandosi in una Start-Up Nation globale.
IL QUESITO
Creatività o Sottomissione? Nuove officine d’intelligenza e libertà nel lavoro di Emmanuele Massagli e Maurizio Sacconi, sintesi di un lavoro più corale di approfondimento umanistico e integrato fatto all’interno del programma Reinventing Work dell’Istituto Bruno Leoni, ci mette davanti due pericolose sottomissioni.
La prima è quella del bivio che dà il titolo al libro, riassunta nella densa prefazione di Fabio Pammolli per cui o l’Intelligenza Artificiale ridurrà il lavoro a mera esecuzione, oppure diventerà la leva di una nuova stagione di sviluppo.
La seconda sottomissione è quella più strisciante di una burocrazia europea che pensa di risolvere tutto attraverso normative capillari e onnicomprensive, come l’AI Act del 2024, nell’illusione che si possa prevedere e regolamentare tutto.
Massagli e Sacconi indagano il futuro all’insegna dell’IA e puntano l’attenzione su valore e tenuta del sistema Italia.
Anche la postfazione di Andrea Bertolini analizza i paradossi del binomio regolazione-innovazione mettendo a confronto la legislazione europea con quella americana e suggerendo come la burocrazia si riveli una forma anonima di soffocamento della libertà di intrapresa, preferendo la sottomissione alla creatività responsabile.
Ma il contributo più straordinario e originale del libro è una rivalutazione del valore e della tenuta del sistema Italia in grado di scardinare i cortocircuiti della retorica della sottomissione.
In pagine costruttive e propositive, rigeneranti rispetto al primo capitolo, dal titolo La solidità passiva dell’Italia nella crisi globale, si sfata la narrazione trita e stagnante dell’Italia paese fragile, in balia delle crisi politiche, assillato da un soffocante debito pubblico, fanalino di coda dell’Europa dominato da impoverimento diffuso, deindustrializzazione, deterioramento delle reti di coesione.
Al contrario l’Italia mostra una resistenza insospettata davanti a transizioni globali spesso confliggenti quali quelle geopolitica, demografica ed energetica, come già dimostrato all’indomani della crisi finanziaria del 2008, quando chiuse l’annus horribilis del 2011 con valori migliori della media europea sia in termini di deficit che di disoccupazione.
Ne viene fuori l’identikit di un paese che ha saputo sopravvivere a crisi epocali come quella di Tangentopoli, riorganizzandosi sia a livello politico che economico e in cui, paradossalmente, gli elementi di maggiore instabilità sono provenuti dalle supplenze tecniche.
Da qui lo scenario di una Italia che diventa Start-Up Nation emancipando l’Europa dalla palude regolamentativa e tecnocratica e mostrando un nuovo vitalismo demografico e lavorativo che ricalchi le due precedenti stagioni di straordinario rilancio: quella della fase post-bellica dal 1947 al 1964 e quella dei tanti vituperati anni Ottanta.
LE PROSPETTIVE
Una nazione senza complessi di inferiorità che riscopre la sua predisposizione allo sviluppo e fa da battistrada dell’agenda per l’homo innovaticus proposta da Emmanuele Massagli e Maurizio Sacconi. Altro che sottomissione, c’è una creatività possibile e necessaria per il futuro dell’Italia, fondata su sicuri indicatori storici e economici. Che ha solo un nemico storico da combattere: la retorica e la narrazione asfittiche di un paese a rischio.