Lezioni di costo-opportunità per sgonfiare il debito

E' una legge base dell'economia: se impiego risorse in un settore non potrò farlo in un altro


18 Marzo 2024

Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

Quali sono i concetti-chiave dell’economia che dovrebbero conoscere anche i non economisti? Grazie a Stefan Schubert su Twitter e poi al blog Marginai Revolution di Tyler Cowen, nei giorni scorsi è circolato un paper di Niclas Modig, basato su un sondaggio fra gli economisti svedesi, comunità che consta di 419 persone (la Svezia ha dieci milioni e mezzo di abitanti, un economista ogni 25 mila persone), di cui il 37% professori universitari. 

L’idea cardine del lavoro di Modig è antica e spiega in qualche modo anche il senso del supplemento che avete per le mani. Una base di conoscenze economiche dovrebbe far parte del bagaglio culturale di un cittadino-elettore minimamente consapevole: detto altrimenti, senza è più facile farsi prendere per il naso dai demagoghi. Va da sé che è inimmaginabile che un’intera popolazione si dedichi a studi economici (e, verrebbe da aggiungere, meno male). Ma anche definire il perimetro delle conoscenze di base non è poi così semplice. 

Qual è l’equivalente, in economia, delle quattro operazioni? O di quel minimo di conoscenza della letteratura (sapere che «nel mezzo del cammin di nostra vita» non è l’incipit di un romanzo di Umberto Eco) senza il quale non si ha neppure il sentore della propria identità nazionale? 

Modig ha pensato di andarlo a chiedere agli economisti, lavorando per concetti. Ha chiesto loro qual è il concetto più importante per coloro che appartengono alla comunità epistemica degli economisti, e quale ritengono sia più importante che passi anche al pubblico generale. Cosa deve ricordarsi, nella vita, chi abbia fatto un esame di economia e basta all’università. O abbia avuto qualche lezione d’economia alle superiori. O legga tutti i lunedì l’Economia del Corriere. 

Efficienza, mercati, esternalità, incentivi, inflazione, interesse, equilibrio erano tutti in gara. Ma il concetto ritenuto più importante dagli intervistati, sia per i colleghi che, soprattutto, per le persone che economisti non sono, è quello di costo-opportunità. Costo-opportunità significa che il costo di qualsiasi cosa non è solo il cartellino del prezzo che ci è appiccicato sopra, ma è la più gradita delle alternative disponibili per le quali le stesse risorse avrebbero potuto essere impiegate. Il mio costo-opportunità, se vado al cinema, è ciò a cui rinuncio per andarci: il prezzo del biglietto ma soprattutto il tempo che non ho potuto utilizzare per stare a casa a leggere un libro o uscire a mangiare una pizza. L’alternativa che va considerata è quella che effettivamente era tale: se non mi piace l’opera, il costo-opportunità di una sera al cinema non è uno spettacolo alla Scala, perché non ci sarei andato ugualmente.

Ragionare in termini di costo-opportunità, nella vita di ciascuno di noi, è importante perché è raro che una persona abbia un budget illimitato al quale attingere per i propri consumi e, anche se disponesse di tanti quattrini per soddisfare i propri capricci, non ha il dono dell’ubiquità e vive in giornate di ventiquattro ore. Vivere è scegliere. E se si evita di dimenticarsene troppo spesso, forse si riesce a circoscrivere l’impatto degli errori che inevitabilmente tutti facciamo. 

Il concetto di costo-opportunità è però ancora più importante per ciascuno di noi come cittadino-elettore-contribuente. La politica è l’arte di illudere la gente che non esistano costi. Che tutta una serie di decisioni e interventi non implichino la rinuncia a qualcosa, ma preludano a straordinari vantaggi. Chi corre alle elezioni promettendo più asili nido, per esempio, tende a non sottolineare che questo implica che le stesse risorse non potranno essere utilizzate per accrescere il numero dei poliziotti, o fare interventi di manutenzioni della rete stradale, o ammodernare gli ospedali. 

Il Premio Nobel James M. Buchanan e Richard E. Wagner, in un aureo libro di alcuni anni fa (La democrazia in deficit), sostenevano che questa fosse «l’eredità politica di lord Keynes». Senza entrare nel merito della plausibilità delle teorie keynesiane, per Buchanan e Wagner esse erano state interpretate, strumentalmente, dai politici come una licenza di indebitarsi. Fino alla presidenza di Richard Nixon, gli Stati Uniti hanno avuto una politica fiscale che tendeva a riportare (non tutti gli anni, ovviamente, ma con una certa regolarità) il bilancio in pareggio. Da allora, non è più successo. 

L’indebitamento degli anni Settanta, pure all’epoca senza precedenti, oggi ci pare modesto. Ma politicamente il ricorso al debito, ieri come oggi, svolge la stessa funzione: dire agli elettori che non è necessario scegliere. Si possono fare sia più asili nido che i necessari interventi di ammodernamento della rete autostradale, senza aumentare le imposte. E’ sufficiente lasciare il conto alle generazioni future. 

Gli individui si indebitano quando ne hanno bisogno, ma anche quando pensano che ne valga la pena: che, per esempio, chiedendo a prestito soldi oggi per avviare un’attività si mettano in condizione non solo di restituirli, ma di guadagnarne in futuro. Questi calcoli sono più difficili per una collettività, che tende a indebitarsi perché ne ha bisogno ma sostiene che lo sta facendo perché ne vale la pena. Il concetto di costo-opportunità è utile per ancorare il discorso pubblico al mondo reale, quello in cui le risorse sono scarse e i pasti raramente gratis.

Gli economisti svedesi, di destra e sinistra, sono convinti che chi non ha familiarità con quest’idea sia inerme innanzi alla propaganda. Chissà come risponderebbero al sondaggio gli economisti italiani. Forse meglio non saperlo. 

da L’Economia del Corriere della Sera, 18 marzo 2024

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