La lezione di Schäuble: servono risorse? Meno debito

Intervista a Lars Feld, direttore del Walter Eucken Institut e docente all'Università di Friburgo


8 Gennaio 2024

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Politiche pubbliche

Wolfgang Schäuble, scomparso a 81 anni lo scorso 26 dicembre, è stato il ministro delle Finanze tedesco dal 2009 al 2017. Lars Feld, professore di economia politica all’università di Friburgo e direttore del Walter Eucken Institut, dal 2011 al 2021 è stato uno dei «cinque saggi» del consiglio degli esperti d’economia del governo. Lo abbiamo sentito per tentare un bilancio della lunga carriera dello statista del Baden-Württemberg.

Ripensando ai grandi ministri delle Finanze della storia tedesca, come possiamo considerare Schäuble? Che cosa possiamo dire dei suoi successi rispetto a quelli dei predecessori?
«È difficile dare una valutazione storica di un contemporaneo. Però possiamo dire che Schäuble ha dovuto affrontare, da ministro delle Finanze, sfide davvero rilevanti. Se pensiamo ai suoi predecessori più noti, come Helmut Schmidt o Karl Schiller, possiamo dire che ebbero vita più facile, in quel dicastero. Schiller fu il pioniere del keynesismo in Germania e dovette smorzare gli entusiasmi dei suoi compagni di partito. Ma la recessione del 1967, che affrontò da ministro, è una piccola cosa, in confronto alla crisi del debito…

Schäuble era considerato un «falco» nella crisi greca. Il suo punto di vista viene spesso ridotto alla difesa dell’interesse tedesco. C’era anche un approccio teorico dietro le sue posizioni?
«Per capire il modo in cui Schäuble si è comportato in quelle circostanze, bisogna ricordare che lavorava con Kohl quando il trattato di Maastricht venne scritto. Schäuble veniva da Friburgo, dove aveva studiato, negli anni Sessanta, legge ed economia (anche se poi si laureò solo in legge). Da studente, fece in tempo ad ascoltare le lezioni di Friedrich von Hayek, che lo influenzò molto. Così fecero gli esponenti della scuola ordoliberale. Durante quella crisi, quindi, da una parte Schäuble aveva ben presente come e perché Maastricht era stato scritto in quel modo. Dall’altra, aveva a cuore la prospettiva ordoliberale, che insiste sull’importanza di regole che guidino e limitino le istituzioni politiche, e non voleva che l’architettura delle regole europee fosse travolta dalla crisi».

Che cosa rimase, di quell’approccio, nelle decisioni prese per far fronte alla crisi?
«Se guardiamo all’unione bancaria, e all’idea che in qualche modo andasse ristabilito il principio di responsabilità per le banche, direi che in quella scelta di fondo c’è tutto l’approccio di Schäuble».

Sarebbe corretto indicarlo come l’ultimo campione dell’ordoliberalismo? Gli avete dato un premio, al Walter Eucken Institut (Eucken è stato uno dei principali pensatori ordoliberali, ndr.).
«Non solo da ministro dell’Economia, ma anche da ministro dell’Interno, con Kohl e poi con Merkel, Schäuble ha sempre pensato che la politica dovesse muoversi nel solco di regole precise. Aveva appreso dagli ordoliberali la necessità di regole che limitassero l’arbitrio dei decisori. Come tutti i politici, era un pragmatico. Ma credo che la stampa internazionale, nei ricordi di questi giorni, abbia dimenticato una cosa. Schäuble era un vero europeo, sempre immerso negli affari europei. Da ministro delle Finanze non aveva, per esempio, alcun interesse per la politica fiscale. Invece era sempre pronto a discutere dell’integrazione europea. Era cresciuto a Friburgo, che è letteralmente a pochi minuti dalla Francia, e pensava in termini di un asse franco-tedesco. Vedeva l’amicizia fra questi due Paesi come irrinunciabile».

Il suo maggior successo fu forse il bilancio del 2014, il primo in cui il Paese tornò in attivo. Stava dando attuazione al freno al debito, inserito in Costituzione nel 2009. Oggi sono in molti a sostenere che la Germania starebbe meglio senza. Il freno al debito resterà in Costituzione?
«Sì».

Non sarebbe auspicabile, per i tedeschi e per il resto d’Europa, un aumento del livello della spesa pubblica?
«La politica fiscale del governo tedesco non è un problema di cui debbano occuparsi gli altri Paesi. Ma non abbiamo un problema di “bassa” spesa: la spesa pubblica è cresciuta costantemente negli ultimi 13 anni, anche con Schäuble ministro. Il consolidamento fiscale, in quegli anni, è avvenuto grazie alle maggiori entrate e al crollo della spesa per interessi».

Quella spesa, dunque, potrebbe essere allocata diversamente, senza per forza aumentarne il livello?
«Senz’altro, anche se è da vedere quanto siano auspicabili i grandi sussidi all’impresa privata di cui si sta discutendo. Il freno al debito fu l’esito di una discussione complessa, iniziata nel 2006 con una riorganizzazione del federalismo fiscale. Non è un capriccio e aiuta a scremare le decisioni politiche, limitando l’impatto di entusiasmi affrettati».

Che cosa pensa dell’idea di espandere il bilancio Ue tramite eurobond, sostenuti da una fiscalità europea?
«È possibile che ci sia più spesa europea ma vincolata a progetti specifici. Rendere un approccio alla Next Generation Ue permanente richiederebbe un cambiamento dei Trattati, e anche della Costituzione tedesca».

Come vede il nuovo patto di stabilità europeo?
«Il problema resta l’elevato debito pubblico di alcuni Paesi, soprattutto Italia e Francia. L’Italia per anni ha realizzato degli avanzi primari. Non sono però bastati a ridurre il debito, a causa della bassa crescita. La volontà politica ogni tanto c’è stata ma non è bastata. In Francia non c’è stata neanche la volontà politica. Non sono convinto che il nuovo patto sia un miglioramento e spero che con le regole di salvaguardia si riesca a mettere il rapporto debito-Pil sotto controllo. Mi auguro che il governo Meloni riesca, nella prossima Legge di bilancio, a fare più di quanto previsto in questa direzione. Certamente il superbonus è stato disastroso per i conti italiani».

Da L’Economia del Corriere della Sera, 8 gennaio 2024

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