20 Marzo 2026
Il Giornale
Carlo Lottieri
Direttore del dipartimento di Teoria politica
Argomenti / Teoria e scienze sociali
La storia delle rivendicazioni settentrionali non nasce con Umberto Bossi, perché nei decenni precedenti ci furono molti fermenti secessionisti: in Veneto e non solo lì. È però con la creazione della Lega Lombarda, prima, e della Lega Nord, poi, che quello che sarà chiamato «il Senatùr» ha dato davvero visibilità al desiderio delle comunità del Nord di amministrarsi da sé, tenere le risorse prodotte, darsi regole adeguate alle proprie esigenze.
Negli anni Ottanta le sue battaglie furono entro il solco di un autonomismo che si richiamava ai movimenti delle minoranze linguistiche, e per ammissione esplicita di Bossi il suo primo modello fu proprio l’Union Valdôtaine. Nel decennio seguente, però, tutto muta, dato che il leghismo sfrutta a proprio favore sia la fine della guerra fredda, sia le iniziative condotte dei pm contro i partiti tradizionali.
Prima dell’ingresso in campo di Silvio Berlusconi, Bossi riesce a ottenere il favore di una gran parte dei moderati del Nord Italia, tanto che nel 1993 riesce perfino a portare un leghista (Marco Formentini) a Palazzo Marino.
La nascita di Forza Italia ha modificato comunque in modo radicale lo scenario e «rinazionalizzato» la politica italiana. A quel punto Bossi avrebbe potuto scegliere la strada di un’ostinata fedeltà a un federalismo tanto radicale da non escludere la facoltà di secedere. Sapeva, però, che in tal modo si sarebbe marginalizzato. Da qui la decisione di oscillare tra destra e sinistra, usando tutta una serie di altri temi (dall’immigrazione all’euro, solo per citarne due) che hanno progressivamente affievolito l’ispirazione originaria.
Arrivato alla politica che conta partendo dal nulla, usando i manifesti e le scritte sui muri, giunto nella capitale Bossi non ha più voluto uscire dal Palazzo. Avrebbe dovuto rappresentare le ragioni del Nord a Roma, ma in troppi casi ha finito per diventare il partito di Roma al Nord. L’ossessione leninista per il controllo del partito, per giunta, ha fatto sì che la lista di quanti sono stati cacciati è davvero lunga e include figure di qualità, a partire ovviamente da Gianfranco Miglio, che fu messo ai margini quando il fondatore della Lega avvertì che l’anziano professore godeva di un forte favore nell’elettorato.
Anche se l’Italia di oggi è accentrata quanto lo era mezzo secolo fa, e in più con una tassazione altissima e una regolazione asfissiante, non si può negare che Bossi abbia rappresentato una novità. Il movimento da lui creato ha costretto a riconsiderare l’assetto istituzionale imposto dalle élite risorgimentali e sostanzialmente confermato dalla Costituente. Se il progetto di formulare in termini federali l’Italia non è stato preso in esame è perché l’alleanza tra ideologie unitarie e interessi parassitari ha sbarrato la strada a ogni riforma.
Ha commesso una grande quantità di errori. Non solo è stato travolto da scandali grotteschi (qualcuno ricorderà i diamanti della Tanzania, soltanto per riferirsi a un episodio), ma soprattutto nella sua difesa delle ragioni del Nord ha spesso usato una retorica che in larga misura le delegittimava. In particolare, invece che evidenziare come la fine dell’assistenzialismo avrebbe giovato al Mezzogiorno, ha preferito impiegare un linguaggio infarcito di insulti che gli ha alienato simpatie tanto al Sud, quanto al Nord.
Alla sua morte l’Italia non è meno giacobina di quanto fosse cinquant’anni fa. La speranza è che ora qualcuno abbia il coraggio di recuperare il meglio di quei temi che, all’inizio degli anni Novanta, avevano portato in tanti a guardare con interesse al leghismo.