Gli impianti sono vecchi e poco costosi da gestire, ma generano rendite enormi che oggi restano in gran parte ai concessionari
10 Settembre 2026
ItalyPost
Carlo Stagnaro
Direttore Ricerche e Studi, Istituto Bruno Leoni
Argomenti / Ambiente e Energia
L’energia è uno dei temi su cui il Patto tra Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia-Romagna appare più coeso. Eppure le Regioni si dividono proprio dove hanno competenze e interessi comuni e maggiore capacità di incidere: l’idroelettrico.
Gran parte della capacità produttiva italiana si concentra sull’arco alpino. Su una potenza complessiva di oltre 21 gigawatt (GW), 5,6 GW (il 26%) si trovano in Lombardia, 3,1 GW (14,6%) in Piemonte e 1,4 GW (6,6%) in Veneto. Se aggiungiamo le restanti Regioni del Nord, arriviamo al 75%. L’idroelettrico, dunque, è una questione essenzialmente settentrionale. Dal punto di vista istituzionale, poi, la riforma del 2019 assegna alle Regioni il ruolo di enti concedenti, quindi la responsabilità di individuare e disciplinare i gestori.
Infine, l’idro è un tassello cruciale nel grande caos elettrico. Le concessioni idroelettriche – in particolare quelle di grandi dimensioni – generano un’immensa rendita che viene in gran parte appropriata dai gestori: uno studio del 2014 di Antonio Massarutto e Federico Pontoni la stimava attorno ai due miliardi di euro.
Trattandosi di impianti costruiti decenni fa – in alcuni casi più di un secolo – e con bassi costi operativi, il valore odierno della rendita è probabilmente molto più alto, in conseguenza dell’incremento dei prezzi dell’energia elettrica. Per fare un confronto, il gettito annuale dei certificati Ets per l’Italia – oggetto di un durissimo scontro tra il governo e la Commissione europea – si aggira intorno ai tre miliardi di euro. Che fare delle concessioni? Poco meno del 70% scadrà nel 2029; le altre sono scadute o in scadenza. Il momento per decidere è ora. Il Decreto Bersani del 1999, che ha liberalizzato il settore dell’energia elettrica, ne prevede la messa a gara. Renderle contendibili è l’unico modo per costringere il gestore, periodicamente, a «calare le carte» e rivelare quanto, concretamente, è disposto a mettere sul tavolo per rimanere al suo posto. L’obbligo di affidamenti competitivi è stato ribadito più volte nel corso del tempo e rientra anche tra gli impegni del Pnrr.
Ciò nonostante, la politica nazionale cerca da anni una via di fuga. La proroga secca di concessioni che, in media, sono in vigore da settant’anni è indifendibile; quindi si discute di un’ipotetica «quarta via», consistente nel rinnovo della concessione a fronte dell’impegno a realizzare investimenti. I concessionari sostengono che, in tal modo, si potrebbero attivare opere per circa 15 miliardi di euro: può sembrare una cifra considerevole, ma è inferiore a quanto si realizzerebbe sulla base delle condizioni poste a base d’asta nelle poche gare bandite o svoltesi finora, se proiettate a livello nazionale. Prendendo a riferimento le procedure in corso in Lombardia, infatti, si arriva a 18 miliardi; utilizzando gli esiti di quelle concluse in provincia di Bolzano, i miliardi diventano 23.
Che c’entra questo con il costo dell’energia? C’entra perché, svolgendo le gare, le Regioni potrebbero indirizzare una parte della rendita di cui godono i produttori verso altre finalità, quali, appunto, gli investimenti, la fornitura di energia a prezzo ridotto alle imprese manifatturiere o l’incasso di canoni congrui per finanziare le loro politiche. Il tentativo di eludere la gara, di fatto, tutela i concessionari e priva le Regioni e le imprese consumatrici di una boccata d’ossigeno quanto mai necessaria.
Sembra ovvio, ma le Regioni, unite nel chiedere interventi sull’energia, si dividono proprio dove potrebbero coordinarsi più facilmente: la Lombardia ha già bandito alcune gare ed è determinata a proseguire su questa strada; in Veneto si discute di assegnare le concessioni, man mano che arrivano a scadenza, a un soggetto pubblico, facendo poi una gara per un socio privato; il Piemonte mantiene una posizione più defilata.
Se vogliono dare sostanza al loro Patto, e se ritengono l’energia uno snodo cruciale in questa fase, i governatori del Nord dovrebbero trovare una linea comune sull’idroelettrico. Anche perché il governo spinge per lo status quo: lo ha confermato la viceministra Vannia Gava, esponente friulana della Lega, che ha apertamente parlato di rivedere il quadro normativo alla luce di una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea.
Questa si è pronunciata nell’ambito di un contenzioso relativo alle piccole derivazioni idroelettriche, chiarendo che non sono soggette alla direttiva Bolkestein, cioè all’obbligo di gara. Ma il punto non è se vi sia un obbligo formale di svolgere le gare: è che vi sono ottime ragioni economiche per muoversi in tale direzione. Organizzando procedure concorsuali, le Regioni possono avere voce in materia e agire a favore del tessuto produttivo. Quindi, non si tratta di una condanna ma di un’opportunità.
Qual è la posizione del Nord? Vuole giocare in attacco la partita dell’idroelettrico oppure subire le decisioni di Roma?