Chiunque ha letto la legge di Bilancio ha provato un leggero sconforto per l’astrusità del testo e i continui rinvii ad altre norme. E questo è niente, perché anche l’inevitabile decreto Milleproroghe è capace di far perdere il senno persino ai glossatori medievali. Non molto migliore sembra la situazione a Bruxelles: leggendo la direttiva approvata dalla Commissione Ue il 27 novembre, la 2025/2 sulla supervisione e la sostenibilità delle assicurazioni viene in mente la definizione che Churchill dava dell’Unione Sovietica “un indovinello avvolto in un mistero dentro un enigma”.
Ebbene, lo studio Epicenter, pubblicato nel dicembre 2025, analizza 61 direttive Ue adottate tra il 2022 e il 2024, introducendo l’Indice di Qualità Normativa (Eu-Rqi) con un punteggio medio di 66,9 su 100. Le norme europee soffrono di una “inflazione linguistica”: frasi medie di 38,6 parole e 250 caratteri, con 1,9 virgole per frase, ben oltre le raccomandazioni di chiarezza (massimo 20-25 parole). Settori come il diritto commerciale e la libera prestazione di servizi sono i più astrusi, rendendo i testi quasi impenetrabili per cittadini e imprese.
La lunghezza media è di 24,4 pagine e 11,7 articoli, con picchi nel settore energia (68,7 pagine). Solo il 42, 6% delle proposte include una valutazione d’impatto iniziale, e appena il 6,6% una roadmap strategica. Le consultazioni pubbliche, presenti nel 63,9% dei casi con durata media di 13,6 settimane, variano enormemente tra settori e sono spesso percepite come meri adempimenti formali. L’attuazione è il tallone d’Achille: solo il 44,3% delle direttive è recepito nei tempi previsti. Dichiarazioni finanziarie e piani di attuazione sono rari (rispettivamente 19,7% e 23%).
Queste debolezze minano la trasparenza e la proporzionalità ma la complessità non è inevitabile: semplificazioni passate non hanno creato lacune giuridiche, ma hanno migliorato l’accessibilità.
In Italia, il problema assume dimensioni patologiche, come evidenziato dalla ricerca di Guiso, Michelacci, Giommoni e Morelli (pubblicata su Lavoce. info nell’agosto 2025). Analizzando oltre 75.000 leggi, gli autori misurano l’“oscurità” normativa: l’85% delle frasi supera le 25 parole, con uso eccessivo di gerundi, verbi modali e rimandi incrociati (il 60% delle leggi rimanda ad altre norme e nel 60% delle frasi si annidano delle subordinate). Il corpus normativo italiano conta oltre 160.000 norme attive e 86 milioni di parole, in crescita del 3% annuo.
Questa ipertrofia genera ambiguità: il tasso di ribaltamenti in Cassazione raggiunge il 30-36% per norme oscure, spiegando un terzo dei ricorsi. Dal 1990, la qualità è deteriorata a causa dell’instabilità politica: governi brevi (vita media dei parlamentari dimezzata da 12 a 6 anni) producono leggi frettolose, spesso via decreti-legge, e il 40% sono più oscure della Costituzione (presa come benchmark di chiarezza). Frasi quattro volte più lunghe del passato, preamboli +175%, citazioni raddoppiate in un decennio.
Questi difetti erodono la certezza del diritto. In Europa la complessità riduce la fiducia delle imprese, ostacolando la competitività globale. Lo studio Epicenter lega testi lunghi a bassa attuazione e scarsa legittimazione, con le imprese che vedono la regolazione come barriera alla crescita. Settori come energia e ambiente, con norme prolisse, amplificano i costi amministrativi.
In Italia, l’impatto è quantificato: l’oscurità riduce investimenti dell’1,3% per deviazione standard, frena la crescita annuale delle imprese di 1,2 punti percentuali e aumenta i fallimenti. Se le leggi fossero chiare come la Costituzione, il Pil pro capite sarebbe del 4,9% più alto, pari a 110 miliardi di euro annui persi – due terzi attribuibili al degrado post-1990. L’incertezza favorisce grandi imprese e avvocati, distorce i mercati, mina l’uguaglianza e scoraggia innovazione. Come sottolinea Guiso, leggi complesse conferiscono potere discrezionale a burocrati: «Corruptissima re publica, plurimae leges» anticipava già Tacito. D’altronde, il premio Nobel per l’economia Friedrich von Hayek, nel suo Law, Legislation and Liberty (1973-1979), avvertiva contro troppe norme specifiche e concrete, che aprono a arbitrio e interventismo. Per Hayek, la “rule of law” richiede leggi generali e astratte (non misure concrete ad hoc) che proteggono la libertà individuale delimitando sfere private con regole prevedibili e uguali per tutti.
Solo norme astratte favoriscono l’ordine spontaneo del mercato, evitando che la legislazione diventi strumento di pianificazione centralizzata. In contrasto, le norme Ue e italiane – piene di eccezioni, rimandi e complessità – generano esattamente quell’incertezza e discrezionalità nocive per l’economia.
Per rimediare, Epicenter propone misure concrete: rendere obbligatorie roadmap e valutazioni d’impatto iniziali; standardizzare analisi (inclusi impatti territoriali); rafforzare consultazioni con pubblicazione di dati grezzi; obbligare piani di attuazione e dichiarazioni finanziarie; ridurre complessità linguistica (obiettivo: max 25 parole per frase). Guiso suggerisce una commissione parlamentare per sintetizzare norme e soprattutto sfruttare l’Ai: software sviluppati dal Politecnico di Milano analizzano testi in tempo reale, generano emendamenti in 15 secondi e creano Testi Unici in 12 secondi, riducendo il tempo di lettura della normativa Ue dai 5 anni “umani” a 30 minuti.
In conclusione, la scarsa tecnica legislativa in Italia e Ue non è solo un vizio formale: costa miliardi in Pil perso, erode fiducia e viola la certezza del diritto. Adottando rimedi pratici – semplificazione, Ai, consultazioni robuste – si potrebbe cominciare a migliorare persino il più insidioso Dissennatore normativo italiano, il Milleproroghe prossimo venturo.