L’economista Nicola Rossi: il problema è la bassa crescita

Il reale punto dirimente del sistema Italia è la crescita, frenata da rigurgiti statalisti e mancata sburocratizzazione

27 Aprile 2026

Italia Oggi

Nicola Rossi

Alessandra Ricciardi

Argomenti / Politiche pubbliche

Il vero problema non è tanto il mancato raggiungimento del 3% del rapporto deficit/pil, «le cui conseguenze non vanno sovrastimate….ci stiamo stracciando le vesti per aver mancato un obbiettivo che avevamo previsto di raggiungere l’anno prossimo», ma la bassa crescita del sistema Italia, dice Nicola Rossi, economista dell’Università Tor Vergata, presidente della Commissione sulla lotta alla evasione fiscale. «Una politica di bilancio attenta e seria», ragiona Rossi, «non è stata accompagnata da una politica economica ispirata ad una cultura della crescita che non può che originare da un incremento degli spazi del settore privato e da un rinnovato entusiasmo imprenditoriale».

Domanda. Le stime Eurostat ci hanno inchiodato a un rapporto deficit/pil al 3,1%, il che non consente di uscire dalla procedura di infrazione. Per quanto non abbiamo centrato l’obiettivo?

Risposta. Seicento milioni malcontati. Francamente, un’inezia. Le cui conseguenze non vanno sovrastimate.

D. In che senso?

R. L’unica, concreta, implicazione è quella relativa ai programmi di investimento per la difesa. Quindici miliardi circa, già approvati in sede europea, che sarebbero stati finanziati dal programma europeo di prestiti SAFE. Un programma che prevedeva l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia e che era condizionato all’uscita dalla procedura di infrazione e che, a questo punto, potrebbe dover essere rinviato.

D. Obiettivo non centrato per colpa del Superbonus?

R. Formalmente sì. Ma va aggiunto che questi sono i rischi che si corrono quando si cammina sul filo dei decimali, cosa che era già implicita nelle valutazioni che ipotizzavano una uscita anticipata dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Sottolineo il termine “anticipata”: ci stiamo stracciando le vesti per aver mancato un obiettivo che avevamo previsto di raggiungere l’anno prossimo. Un po’ di senso della misura non ci farebbe male.

D. Ma le spese del 110% non potevano essere spalmate su più anni?

R. Il tema è strettamente contabile. Forse più che spalmare su più anni, sarebbe stato corretto addebitare quelle spese agli anni cui facevano effettivamente riferimento. Anni precedenti il 2025. Ma evidentemente l’interpretazione delle regole contabili non lo prevedeva o non lo consentiva.

D. Nel 2022, quando si è insediato l’attuale Governo, il rapporto deficit/Pil era all’8,1%, quali sono state le leve di un taglio di 5 punti?

R. Essenzialmente tre. L’incremento della pressione fiscale, la contrazione delle spese in conto capitale e, infine, la riduzione della spesa corrente imputabile a minori spese correnti diverse dalle prestazioni sociali. Quest’ultimo aspetto, per quanto di entità contenuta, viene solitamente trascurato.

D. E invece?

R. Unitamente al contenimento degli oneri per interessi, è in realtà la principale e positiva conseguenza della prudenza e della disciplina che hanno ispirato la politica di bilancio degli ultimi anni. Sarebbe certamente stato opportuno associarvi anche una riduzione di altre componenti della spesa corrente primaria, ma ciò non consente di sottovalutare il risultato citato.

D. Sui margini di manovra che ora perderemo a causa del perdurare della procedura di infrazione, il ministro dell’economia Giorgetti ha affermato: potremmo fare da soli. In che modo è possibile in Europa?

R. Nel quadro delle regole fiscali che l’Europa si è data dal 2024, il vincolo è essenzialmente dato dalla traiettoria della cosiddetta spesa netta. È un vincolo il cui rispetto è pienamente compatibile con deviazioni temporanee del deficit indotte, ad esempio, dal lato delle entrate. Deviazioni che se invece fossero imputabili alla spesa, come è accaduto nel 2025, potrebbero essere recuperate anche non immediatamente. Insomma, la nuova governance fiscale europea offre margini di flessibilità non trascurabili. E del resto era stata, sia pur in termini contraddittori, costruita con queste finalità.

D. E sospendere il Patto di stabilità?

R. Proprio per quanto dicevo prima non è molto sensato avanzare oggi richieste di sospensione del Patto. Si ottiene un solo risultato: quello di esporre una debolezza che, dopo tre anni di serio lavoro sulla finanza pubblica, l’Italia non ha alcun motivo di esporre.

D. Il problema è che cresciamo poco: 0,5% nel 2026 contro una media Ue dell’1%. E non abbiamo ancora scontato gli effetti della guerra in Iran.

R. Questo è il reale punto dirimente. Una politica di bilancio attenta e seria non è stata accompagnata da una politica economica ispirata ad una cultura della crescita che non può che originare da un incremento degli spazi del settore privato e da un rinnovato entusiasmo imprenditoriale.

D. Perché non è avvenuto?

R. Purtroppo, i rigurgiti statalisti, per un verso, e, per altro verso, i limiti evidenti della azione di semplificazione e sburocratizzazione sono stati ostacoli fino ad oggi difficili da superare per l’esecutivo. E questo proprio quando gli eventi si incaricavano di dimostrare come non è nel bilancio pubblico che può essere trovata la fonte di una crescita sostenuta e duratura. O abbiamo già dimenticato la disastrosa vicenda del Superbonus e i deludenti risultati del Pnrr?

D. All’orizzonte c’è l’ultima legge di bilancio del governo Meloni. Crisi energetica, salari, sanità, tutti dossier che richiedono finanziamenti e su cui le opposizioni chiedono risposte. Quali dovrebbero essere le priorità?

R. Personalmente, ritengo che l’esecutivo in carica dovrebbe concentrare tutte le risorse disponibili su un unico, significativo, versante: quello della riduzione della pressione fiscale. Quantomeno per ricondurla ai livelli prevalenti all’inizio della legislatura. Sarebbe un’impresa difficile e complessa ma forse non impossibile. Ma non è escluso che si scelga invece la strada opposta con risultati che, temo, finirebbero per essere diversi da quelli sperati. Quel che invece preoccupa è che l’opposizione sembra essere animata dal solo desiderio di ritornare ad una politica di bilancio simile a quella prevalente nelle legislature precedenti a quella in corso.

D. Cioè?

R. Coloro che oggi guardano altrove, per esempio alla Spagna, per prefigurare una diversa politica economica non si rendono conto che i positivi risultati registrati oggi dalla Spagna, così come dalla Grecia o dal Portogallo poggiano su un fatto banale.

D. Quale?

R. Si tratta, in tutti i casi, di paesi che hanno attuato e completato, in forme diverse, piani di aggiustamento significativi supportati dall’Unione Europea e, nel caso del Portogallo e della Grecia, monitorati dalla trojka. La loro attuale performance è diretta conseguenza della loro capacità di prendere atto per tempo della realtà e trarne le conseguenze. Qualcosa che l’Italia si è rifiutata testardamente di fare fino a tre anni fa quando, sul solo fronte della finanza pubblica, ha finalmente preso atto della necessità di un aggiustamento. È mancato, purtroppo, l’altro versante. Quello della crescita. Il che, guardando in avanti, disegna uno scenario preoccupante.

D. Quale?

R. Se nella prossima legislatura l’alternativa fosse fra uno schieramento incapace di completare il processo di aggiustamento e un altro schieramento che semplicemente ne rifiuta la necessità, lo stallo, e con esso i rischi connessi, non farebbero che protrarsi nel tempo.

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